Protezionismo o non protezionismo? Questo è il dilemma…

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Uno degli argomenti più caldi e scottanti degli ultimi giorni è stato sicuramente il discorso sul protezionismo dei giocatori italiani in Italia, legato al fatto che ogni squadra deve avere a roster cinque giocatori di formazione italiana, più eventuali giovani.

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Attualmente in Italia esistono due possibili forme per la costruzione di una squadra: il 3+4+5 e il 5+5. In entrambi i casi si devono mandare a referto cinque giocatori di formazione italiana, ma pare che si stia pensando ad una nuova formula uguale per tutti: 6+6, sei di formazione italiana e sei no. In questo modo i nostri giovani avrebbero più possibilità di maturare in Serie A, piuttosto che giocare in A2 fino a 22-23 anni, quando negli altri campionati d’Europa i migliori a 17 anni sono già nel giro dei titolari nelle massime serie.
La scelta di “obbligare” i club a mettere a roster 5 italiani è proprio per permettere ai nostri ragazzi di crescere e mutare in Serie A ma, soprattutto, per avere una Nazionale alle varie manifestazioni (Europei, Mondiali e Olimpiadi) che possa competere senza alcuna difficoltà e paura con le altre, perché i Gallinari, Bargnani e Belinelli non nascono tutti i giorni.
Questo tipo di regolamento non è solo vigente in Italia perché, in praticamente tutti i maggiori campionati d’Europa, ci sono queste leggi “protezionistiche” affinché, chiaramente, anche le altre Nazionali siano il più competitive possibile. 

A sganciare la “bomba” ci ha pensato il nuovo commissario tecnico della Nazionale italiana Ettore Messina, il quale proprio dovrebbe maggiormente giovare di queste regole. Infatti Messina, poco più di una settimana fa in un’intervista esclusiva rilasciata ad Andrea Barocci sul Corriere dello Sport, ha così commentato il protezionismo sugli italiani: “Il protezionismo sugli italiani? In Russia ha fallito, fa abbassare il livello della qualità del campionato. Sono convinto che il libero mercato è molto più efficace“.
Certamente queste dichiarazioni del coach catanese non sono passate inosservate e molti personaggi illustri del nostro basket si sono schierati da una parte, piuttosto che dall’altra.
A fianco di Messina si è posto uno degli allenatori più amati e social del panorama cestistico italiano, uno che non le ha mai mandate a dire a nessuno: Luigi “Gigio” Gresta. 

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Naturalmente i cestiti italiani non possono pensarla come il C.T. perché, se alcuni di loro hanno o hanno avuto la possibilità di giocare in Serie A, o addirittura in NBA ed Eurolega, è anche grazie a questo regolamento protezionistico.

A prendere la parola ci ha pensato proprio il capitano della Nazionale italiana, Luigi Datome, che in un’intervista a Mario Canfora de La Gazzetta dello Sport ha detto: Le regole per gli italiani ci vogliono eccome. Probabilmente senza questo regolamento non avrei mai fatto questa carriera. Credevo di essere uno da Serie A, ma comunque facevo fatica a trovare il mio spazio; probabilmente non avrei fatto tutta questa strada senza regole…”.

Queste dichiarazioni del capitano Azzurro hanno fatto il giro del web e moltissimi giocatori in orbita Azzurra hanno condiviso l’articolo di Sportando: alcuni senza descrizione, come Cusin o Poeta, mentre altri hanno voluto lasciare un proprio commento a riguardo, come nel caso di Stefano Gentile e Luca Vitali, per citarne qualcuno.

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Come sempre, la verità sta nel mezzo.

E’ vero che in Russia il protezionismo ha fallito e oggi Cska e Khimki sono due dei top team d’Europa grazie ai campioni stranieri, ma è anche vero che la Nazionale russa ha vinto due partite in totale fra Eurobasket 2013 e 2015. Inoltre, ascoltando quanto detto da coach Sergey Bazarevich, neo-allenatore della Russia, in conferenza stampa, le persone non vanno più a vedere le partite della VTB League e certamente gli scandali della Federazione e le pessime prestazioni della Nazionale agli ultimi due Europei non hanno aiutato.

Senza andare troppo lontano, basta solamente pensare a quanti italiani erano collegati, tra Sky e Skyonline, per vedere Italia-Spagna o Italia-Germania ai passati Europei: i dati ufficiali parlano di 400-500 mila persone collegate, per un totale del quasi 3% di share.
Numeri da capogiro per la pallacanestro, che sono praticamente irrealizzabili per il basket italiano (forse solo gara-7 tra Milano e Siena, tra l’altro in chiaro e non su Sky, ha fatto registrare queste cifre). I risultati della Nazionale, nella pallacanestro (perché il calcio è una cosa a sé), incrementano esponenzialmente il movimento basket nel “Bel Paese” ma, se in Azzurro ci andassero solo i “panchinari” dei club, perché nei team nostrani giocherebbero per l’80% stranieri, vista la concezione esterofila tutta italiana, la Nazionale non otterrebbe risultati e il movimento non crescerebbe.

La controparte potrebbe ribattere dicendo che dovrebbe giocare solo chi se lo merita. E questa potrebbe essere una risposta accettabile e condivisibile, a patto che gli stranieri che vengano nel nostro campionato siano del calibro di Manu Ginobili, Bob McAdoo, Mike D’Antoni, Joe Barry Carroll, Alphonso Ford e non di quello di certi che militano nell’odierna Serie A.

 

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