Quando la pallacanestro vince la malattia: l’incredibile storia di Mahmoud Abdul Rauf

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1969. La prima cosa che viene in mente di questo ricco anno è l’allunaggio, ma non è di questo che voglio parlarvi. Qualche mese prima che Armstrong faccia i primi passi sulla luna, precisamente il 9 marzo, nasce Chris Jackson in una cittadina del Mississippi (Gulfport) in cui regna il sentimento razzista. Il cognome è della madre, Jacqueline, che da sola alleva i suoi tre figli: Chris, il fratello minore Omar e il maggiore David. Il secondo dei Jackson soffre molto per i tic che lo bombardano a tutte le ore del giorno (qualche volta anche durante la notte) e gli spasmi muscolari involontari di cui soffre. Non si sa spiegare che tipo di malattia abbia.

Mahmoud Abdul Rauf immortalato mentre prega prima di una partita.
Mahmoud Abdul Rauf immortalato mentre prega prima di una partita.

Questa “patologia” lo spinge a farsi bocciare in quarta elementare non perché non si applichi a sufficienza nello studio, ma perché non riesce a controllarsi durante questi attacchi. C.J. prega e cerca di controllarsi e rimanere calmo. Arrivano le medie e la misteriosa malattia rimane tale, intanto il ragazzo inizia a dilettarsi nella pallacanestro: sul parquet i tic diminuiscono sensibilmente, dandogli una sensazione di sollievo. Terminato il ciclo delle medie si iscrive all’High School di Gulfport dove, in breve tempo, diventa la star della squadra di basket: un giocatore caratterizzato da un’estrema agilità e un ottimo atletismo. Jackson passa ore e ore a tirare e ad allenarsi nei playground compiendo lunghissime ripetizioni di tiro, quel tiro che è ormai mutato in poesia, un’arte della disperazione, alla disperatissima ricerca della perfezione. A 17 anni finalmente scopre che ad affliggerlo è la sindrome di “Tourette” che lo colpisce in maniera moderata, ma tale sindrome ha una faccia della medaglia positiva: questo suo apparente handicap lo spinge ad allenarsi molto per raggiungere la perfezione. Al termine della scuola superiore gli vengono offerte numerose borse di studio (per il basket) dai vari atenei, lui accetta quella del college di LSU.

Il suo impatto è grandioso, chiude l’anno da freshman con cifre esorbitanti: 30,2 punti di media per un totale di 965 punti totali nella prima stagione al college, stabilendo così il record di punti totali segnati da un giocatore al primo anno, in tutta la storia dell’NCAA. Nella stagione successiva in squadra approda Shaquille O‘Neal e Jackson segna 27,8 punti di media nell’anno da sophomore. Chris prima di lasciare il campo di allenamento “deve” per via delle sue “manie” mentali, segnare tre canestri consecutivi senza toccare il ferro. A volte sta lì anche delle ore prima di trovare il momentaneo sollievo in attesa che la sua psiche gli imponga un’altra sfida. Al termine del suo secondo anno a LSU si candida al Draft NBA del 1990, nel quale viene selezionato come terza scelta assoluta dai Denver Nuggets; davanti a lui solo Gary Payton, soprannominato “The Gloves” per la sua dote difensiva, e il pivot e futuro Rookie of the Year, Derrick Coleman, selezionato con la prima chiamata dai New Jersey Nets. Al suo primo anno in NBA si profilano grandi aspettative, che vengono in parte rispettate: chiude la prima stagione tra i professionisti con 14 punti e 3 assist a partita.

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Nel 1991 si converte alla religione Islamica cambiando il proprio nome in Mahmoud Abdul-Rauf. Il secondo anno ci si aspetta che il play del Mississippi faccia il definitivo salto di qualità, ma qualcosa non va come dovrebbe e lui delude le aspettative mettendo a referto “solo” 10 punti e 2,4 assist ad allacciata di scarpe. Arrivati a questo punto un giocatore può decidere se demoralizzarsi o continuare ad allenarsi tirando fuori la tenacia e la volontà, ovviamente Mahmoud opta per la seconda. Si allena nove ore al giorno per dimostrare agli scettici e a se stesso che può fare molto di più e arrivare pronto al terzo anno nella maggiore lega professionistica di basket. E così è: fa registrare cifre da capogiro, 19,2 punti e 4,2 assist a gara, vince a coronamento della superlativa stagione il premio “Most Improved Player” e si guadagna l’onore di partecipare allo Slam Dunk Contest nonostante raggiunga a stento la soglia del metro e ottantacinque. Nella stagione successiva arriva ad un passo dallo stabilire il record dalla percentuale a cronometro fermo nella NBA, chiudendo un’altra strepitosa annata con il 95,6% dalla linea della carità a fronte del 95,8% di Calvin Murphy (record ancora imbattuto).

mahmudabdul_rauffenerbahce_dRimane fino al 1996 nel Colorado, chiudendo in bellezza con 19.2 punti e 6.8 assist (massimo in carriera) a partita la sua ultima stagione. Le due annate seguenti le passa a Sacramento, ma senza brillare particolarmente e partendo spesso dalla panchina. Da qui inizia la sua “Odissea”, si sposta al Fenerbahce, poi ritorna in NBA nei Vancouver Grizzlies con il ruolo di comprimario, si trasferisce in Russia e l’anno dopo in Italia a Roseto (città con la quale rimane tuttora in ottimi rapporti) chiude con 18 punti per partita nonostante gli ormai 35 anni suonati. Le sue ultime squadre sono in Grecia, Arabia Saudita per poi chiudere la carriera a Kyoto, in Giappone, alla veneranda età di 41 anni.

 

Rauf è andato oltre i propri limiti, è riuscito a convivere con la sindrome e a crearsi una carriera di tutto rispetto pur essendo nato da una famiglia povera, ma probabilmente avrebbe potuto fare ancora meglio. Con questo paradosso si chiude il racconto del giocatore che cercava la perfezione… Quasi visibile nel suo tiro dalla lunetta.

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