To tank or not to tank? Questo è il dilemma…

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Prima dell’inizio di questa stagione si è iniziato a parlare di Draft, non di quello appena concluso, bensì del Draft 2014, a detta degli esperti paragonabile, per talento, a quelli leggendari del 1984 e del 2003. Si è sviluppato di conseguenza il fenomeno del “tanking” tra le franchigie americane, in gergo lo smantellamento sistematico della propria squadra, con la vendita delle proprie stelle, al fine di ottenere un pessimo record vittorie/sconfitte a fine stagione, così da poter puntare a una pick alta nel Draft dell’estate successiva. Protagonisti di questa controversa scelta di gestione, sono soprattutto le squadre della Eastern Conference: i Sixers si sono privati di due All-Star come Bynum e Holiday, Milwaukee ha rinunciato al duo Ellis-Jennings, che li aveva trascinati ai Playoffs 2013, i Magic, dopo la cessione di Howard, non hanno firmato nessun giocatore di livello assoluto accontentandosi di Afflalo e di alcuni giovani (Oladipo, Harris, Vucevic), i Jazz ad Ovest hanno rinunciato a Jefferson, spedito a Charlotte, infine l’ultima franchigia (in ordine cronologico) che sembra aver abbracciato questa strategia sono i Chicago Bulls che, dopo l’infortunio di Derrick Rose, hanno ceduto Deng a Cleveland in cambio di Bynum, poi subito tagliato.

Il “tanking” potrebbe rivelarsi una scelta saggia, soprattutto per quelle squadre ancora alla ricerca di un “uomo franchigia” su cui impostare un processo di ricostruzione solido, ma allo stesso tempo è un’arma a doppio taglio; non si è infatti mai certi del valore reale di un giocatore fino a che questi non calca il parquet della NBA, la storia recente ci insegna che non sempre una scelta alta al Draft equivale a selezionare un All-Star capace di portare successi alla franchigia; in quanto il pericolo dei dei Draft busts è sempre dietro l’angolo. I Portland Trail-Blazers ne sanno qualcosa a riguardo: prima dell’era Lillard-Aldridge, la franchigia dell’Oregon si era resa protagonista di alcune chiamate da incubo, uno su tutti il centro Sam Bowie (10 punti, 7 rimbalzi e 2 assist nella carriera NBA), preso con la seconda scelta assoluta nel 1984, scartando giocatori come Charles Barkley e soprattutto Michael Jordan (scelto poi dai Bulls alla terza), che affiancati a Drexler avrebbero potuto portare l’anello; successivamente era stato Greg Oden (prima scelta assoluta nel 2007 davanti a Kevin Durant) a illudere i tifosi dei Blazers, il prodotto di Ohio State, a causa di innumerevoli infortuni, ha giocato poi solo 82 partite in cinque anni. Se si parla invece di altre prime scelte assolute, rivelatisi poi flop clamorosi, non si possono non fare i nomi di Michael Olowokandi (1998 scelto dai Clippers), centro nigeriano considerato l’erede di Olajuwon (ma dove?), e Kwame Brown, centro selezionato dai Wizards su consiglio di “sua Maestà” Michael Jordan e odiato dai tifosi di Washington (6 punti e 6 rrimbalzi di media) per i suoi atteggiamenti dentro e fuori dal campo.

stockLa prova che una chiamata alta al Draft non porti necessariamente una franchigia a vincere il titolo è Darko Milicic, pick numero 2 dei Detroit Pistons nel Draft 2003, subito dopo Lebron James e prima di star come Carmelo Anthony, Chris Bosh e Dwayne Wade; i Pistons conquistarono poi l’anello lo stesso anno, non certo per merito del serbo (1.4 punti e 1.3 rimbalzi di media), ma grazie alle prestazioni del quintetto titolare: Billups-Hamilton-Prince- R.Wallace (arrivato grazie a una trade)-B. Wallace; emblematiche furono le parole di Chauncey Billups: “Con una scelta migliore (magari Anthony), avremmo potuto dare inizio a una dinastia”. Non tornando troppo indietro nel tempo, da ricordare il fiasco totale di Hasheem Thabeet nel 2009 (seconda chiamata assoluta dei Grizzlies davanti ad Harden, Rubio e Curry) o quello di Anthony Bennett nel 2013 (prima scelta assoluta dei Cavaliers, spedito in D-League dopo una serie di partite imbarazzanti) con il quale i Cavs puntavano a costruire una squadra competitiva affiancandolo a Bynum e Irving. Inoltre non è nemmeno scontato che una scelta “bassa” non equivalga a ottenere un campione di primissimo livello, chiedere ai Jazz per informazioni: il duo Stockton-Malone fu pescato da Utah rispettivamente con le pick numero 13 e 15 dei Draft 1984 e 1985; lo stesso Kobe Bryant fu chiamato con la 13 nel 1996, per non parlare di Tony Parker (#28 nel 2001) e Manu Ginobili (#57 nel 1999), che avrebbero fatto la fortuna degli Spurs negli anni a venire.

Con queste riflessioni non si intende certo criticare la politica societaria delle franchigie NBA che hanno operato la scelta di “tankare” quest’anno, tuttavia è d’obbligo sottolineare come riporre tutte le proprie speranze in una pick alta al Draft (seppur zeppo di talento), al fine di iniziare un ciclo vincente, può sembrare quantomeno deleterio per non dire folle. Vendere i propri giocatori chiave sperando nell’arrivo di un presunto fenomeno dall’università, è azzardato, soprattutto se questo “fenomeno” dovesse rivelarsi un “bidone”; in quel caso la società si ritroverebbe per le mani una squadra completamente allo sbaraglio, con il morale sotto i tacchi e senza la possibilità di cambiare la propria situazione nell’immediato futuro. Bisogna poi tenere conto del fattore spettacolo: la NBA, che da sempre ricerca con attenzione l’equilibrio tra le squadre partecipanti così da offrire uno spettacolo “amazing” ai propri fans, non può rimanere indifferente di fronte alla netta inferiorità delle squadre dell’Est rispetto a quelle dell’Ovest, tutti si ricordano i terribili New Jersey Nets della stagione 2009/2010 o gli Charlotte Bobcats del 2011/2012, con Federico Buffa che commentava incredulo, non trovando quasi le parole per descrivere le “scoppole” di 40 punti che rimediavano in giro per gli USA.

Sia chiaro che nessuno intende mettere in croce il sistema NBA, ma è altrettanto evidente che nessun amante dello sport vorrebbe vedere la propria squadra giocare per perdere; purtroppo però questa è la NBA, una Lega dove everything happens, d’altronde è questo il bello dello sport, fino all’ultimo non si sa mai quello che può accadere e le sorprese sono quelle che entusiasmano il pubblico e fanno vendere i biglietti.

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