C’è una squadra che si perde nei propri dilemmi e un’altra che, guardandosi allo specchio, ritrova sé stessa. È il senso più profondo del derby dell’Allianz Cloud, dove Varese si lascia alle spalle due sconfitte consecutive e batte l’EA7 Milano 84-74, portando via non solo due punti pesantissimi, ma anche — almeno per una notte — tutte le domande accumulate nell’ultimo mese.
Non è una vittoria qualunque, e non è solo una questione di classifica. È una risposta. Netta, rumorosa, emotiva. Una presa di posizione.
Quella vista contro Milano è stata probabilmente la migliore Openjobmetis della stagione. Non la più pulita, certo — le 21 palle perse gridano vendetta — ma finalmente una squadra capace di stare dentro la partita senza smarrirsi, di accettare l’errore senza farsene travolgere. Varese insegue, resiste, si aggrappa alla gara quando sembra volerle scivolare via e, a metà del terzo quarto, intravede il primo raggio di luce. Poi lo afferra, lo allarga e lo trasforma in un parziale di 20-5 che ribalta tutto, dal 51-39 al controllo emotivo del match.
È lì che la partita cambia davvero. Non tanto nel punteggio, quanto nella percezione. Perché quando Varese assapora la possibilità di farcela, non si tira indietro. Va dritta al bersaglio.
E non è un caso, perché le ferite erano ancora aperte. Il quarto periodo buttato contro Treviso e gli ultimi 16 minuti della debacle a tinte orogranata di Venezia pesavano come macigni. Erano stati un avvertimento. Questa volta, però, la squadra di Ioannis Kastritis dimostra di aver imparato la lezione. Supera il suo esame di maturità accettando un primo tempo passato a rincorrere i dettami dell’Olimpia, per poi riscoprirsi nel secondo: intensa, fisica, coerente con la propria identità. Giocando da Varese, appunto. E ricordandosi che così può dire la propria anche contro le grandi.
Certo, Milano arrivava alla terza partita in sette giorni. Ma la contro-argomentazione è fin troppo evidente: l’organico di Varese, con una rotazione ridotta a otto uomini anche in questa giornata, non è quello di una squadra da Eurolega. Ed è proprio questo a rendere la sesta vittoria stagionale dei varesini ancora più significativa.
Perché dentro questa partita ci sono facce e storie che parlano chiaro. C’è Moore, che si prende la squadra sulle spalle quando serve, segna 21 punti e infila tre canestri consecutivi nel cuore del quarto periodo, aggiungendo anche 8 rimbalzi. C’è “Olli” Nkamhoua, sempre più solido e continuo nella propria metà campo, capace di incidere senza clamore ma con sostanza (10 punti, 3 rimbalzi in 35’). C’è Carlos Stewart, che ad Amburgo qualcuno rimpiangerà, autore di una prova di personalità e qualità pura (18 punti con 6/10 dal campo). E poi c’è capitan Librizzi, che non si lascia intimidire nemmeno dai fisici più stazzati di Milano, incarnando lo spirito di una squadra che rifiuta il complesso di inferiorità.
Alla fine, il punto è proprio questo. Varese ha fissato uno standard. Lo ha fatto davanti ai suoi tifosi, ma prima ancora davanti a sé stessa. Uno standard che ora non può più permettersi di tradire. Perché non capita tutti i giorni di battere Milano. E soprattutto, quando accade così, non è mai per caso.
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