Tre frammenti di pallacanestro dall’Asia

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Esiste un mondo sconfinato, che parte dall’estrema costa orientale del Mediterraneo sino a giungere nel Pacifico, che alla pallacanestro della nostra quotidianità sembra non avere molto da dire. Eppure non è del tutto vero: dietro ai volti, alle squadre e alle storie con cui abbiamo a che fare ogni settimana spesso si nascondono dettagli, più o meno noti, più o meno interessanti, che fanno emergere collegamenti a cui difficilmente avremmo pensato.
Abbiamo cercato di selezionarne qualcuno: tre volti, tre storie, tre frammenti di pallacanestro tra gli innumerevoli dell’immenso continente asiatico.

Tra i cedri e le paludi
25 Gennaio 2015.
All’American Airlines Arena, Miami supera una non irresistibile Chicago, 94-86. Fin qui niente di speciale, se non che di quei 94 punti 14 arrivino da un centrone di 2.13m per 120 kg, che chiude quella gara con 13 rimbalzi e, record di franchigia, 12 stoppate. E’ l’apice di un periodo che lo vede protagonista, tra le principali sorprese della stagione, una sorta di “Linsanity” versione afroamericana. I numeri sono particolari, certo, ma non giustificano l’attenzione del momento nei suoi confronti. Il motivo di fondo evidentemente è un altro.
Hassan Niam Whiteside viene firmato da Miami il 24 Novembre del 2014. L’incredibile impatto che riesce ad avere nel mese di Gennaio è assolutamente incredibile, considerando curriculum del giocatore: Whiteside ha passato la stagione precedente giocando tra la Cina (e fin qui niente di particolare) e il Libano. Esiste un campionato libanese, il cui livello relativo nel contesto asiatico non è affatto basso, che a quanto pare è meta apprezzata da numerosi americani “dimenticati” in cerca di denaro. Il fatto che nessuno di questi anonimi venga in mente la dice lunga sull’incredibilità della parabola di Whiteside. Hassan gira addirittura due squadre nella Terra dei Cedri: una è l’Amchit Club, con la quale partecipa al record di 21-0 sul finire della stagione 2012-13, l’altra è l’Union Club Tripoli, formazione di una delle città più antiche e biblicamente rilevanti del Paese, alla quale arriva dopo una prima esperienza in Cina (ma non nella CBA, quella dei vari ex-NBA per intenderci, bensì nella lega minore, l’NBL).
Il Libano è uno di quei paesi che terrorizza le mamme quando i figli e soprattutto le figlie ci vanno in Erasmus, senza che esse tengano conto che se è possibile fare un Erasmus a Beirut, ma non a Baghdad o Riyadh, un motivo dovrà pur esserci. E’ una delle terre più affascinanti che il contatto tra culture abbia mai creato, una delle poche “autentiche” (o meglio, “meno artificialmente costruite”) della regione; si noti l’assenza di linee rette come confini. E’ un Paese molto più europeo di quello che si è portati a credere, ma se pensate che le due partecipazioni ad EuroBasket lo dimostrino vi sbagliate abbastanza. Le edizioni del 1949 e del 1953 sono infatti aperte anche a Siria ed Egitto. E non solo: a salire sul tetto dell’Europa cestistica nel 1949 è proprio l’Egitto, ma non chiedete con quale logica.
L’odierna fase della carriera di Whiteside è evidente e accessibile a tutti, quella precedente un po’ meno. Ma come potrebbe essere altrimenti? E’ improbabile che il basket tra i cedri del Monte Libano diventi una lega davvero appassionante da seguire: meglio rimanere tra le paludi delle Everglades.

Il predicatore di Brooklyn
Ma che fine ha fatto Ibrahim Jaaber?
La guarda dell’Olimpia Milano dei sogni, targata prima Bucchi poi Dan Peterson, lasciata la Madonnina vola in Lituania, allo Zalgiris Kaunas, per la stagione 2012-13. Il ragazzo è incredibilmente sveglio, colto e intelligente, ma è anche devoto, particolarmente devoto. Rientra in quella affascinante  branca della cultura afroamericana che nel corso degli anni ha abbracciato l’Islam, sia come religione che come identità. E a quanto pare questa identità per Ibby viene prima di ogni cosa. 
“Capisco che questa decisione potrebbe impedirmi di guadagnare soldi col basket per il resto della mia vita, ma son disposto a fare questo sacrificio per quello in cui credo”. Il sacrificio di cui parla il nativo di Brooklyn è la rescissione del contratto con lo Zalgiris, che avviene il 30 Gennaio 2013, quello in cui crede è essenzialmente ciò che gli impedisce di sopportare i balletti delle (secondo lui, a ben ragione) troppo provocanti cheerleaders lituane.
Esattamente.
Ibrahim decide dunque di chiudere col basket europeo, e come un Marco Polo tutto particolare decide di imbarcarsi in direzione della Persia. Si accasa al Petrochimi Bandar Imam, squadra di Mahshahr, sul Golfo Persico. Ibby è ora a casa: nell’Iran dell’ayatollah può trovare di tutto, fuorché distrazioni per la sua fede. E’ felice, tutto va bene, ma forse non basta. I tempi di Roma e di Milano sono lontani, molto, e probabilmente anche la pallacanestro è diventata essa stessa una distrazione. La passione per la sua fede prevalica ormai ogni cosa, per il resto non c’è più posto. Così facendo, Jaaber appende le scarpe al chiodo, e più simile ad un Malcolm X che non ad un Marco Polo torna indietro, non in Europa, ma nella sua America. E decide di spendere la sua vita predicando. Ma la sua non è una predicazione come quelle a cui magari siamo abituati sui telegiornali, ad opera di gente con barbe e tuniche lunghe che indicano il cielo con un dito, è qualcosa di incredibilmente poetico e coinvolgente. Tutti i suoi discorsi sono in versi e in rime, quasi come se fossero testi rap, e toccano temi religiosi, sociali e politici, senza mai cadere nel fanatismo; i suoi video su YouTube (canale G.I. Jaaber) hanno una media di 2.000 visualizzazioni.
L’Iran ha dato i suoi frutti, portando Ibrahim sulla strada che forse avrebbe sempre voluto percorrere.

I soldi del dragone
Ma quanto possono essere diverse Kinshasa e Donguann?
Metà degli investimenti internazionali verso l’Africa proviene dalla Cina, la culla nonché origine di fatto di quella Via della Seta prototipo del commercio globale. I collegamenti ci sono eccome quando Emmanuel Mudiay, questa volta più simile ad un Brandon Jennings che ad un Marco Polo, decide di imbarcarsi verso il Dragone per giocare da professionista; e il fatto che non scelga l’Europa, come altri suoi predecessori, è indizio di come siano cambiate certe dinamiche. Ma Mudiay non parte dal Congo, suo luogo natale, bensì dall’America nella quale emigra insieme a sua madre e ai suoi fratelli dall’inizio degli anni 2000. Papà Jean-Paul non c’è più, e la guerra ha reso un inferno il luogo dove i ragazzi avrebbero dovuto crescere e che avrebbero dovuto chiamare “casa”. Casa, quindi salvezza e rifugio, diventa il Texas, dove Emmanuel gioca i suoi anni di high school. Ma giunto alla fine del quarto anno, gli si pone davanti una scelta: proseguire all’interno del mondo americano, con vantaggi nell’ambito cestistico ma praticamente nulli in quello economico, o tentare di guadagnare subito qualcosa per aiutare mamma Therese e portare un po’ di ossigeno dopo anni di apnea e sacrifici. La seconda proposta è decisamente più allettante. Mudiay a soli 18 anni (appena compiuti) vola nell’Estremo Oriente a guadagnare 1,2 milioni di dollari per la stagione 2014-15 ai Guandong Southern Tigers, anche se un infortunio lo tiene fuori dal campo per buona parte dell’anno.
Mudiay è solo uno degli esempi di collegamenti tra NBA e CBA, che soprattutto negli ultimi anni ha intrapreso un tentativo a tratti molto goffo di diventare una lega di livello internazionale e superare la concorrenza europea come seconda lega mondiale. Quella di Mudiay è certamente una parabola singolare, poiché solitamente la Cina è punto di arrivo, come conclusione della carriera, e non punto di partenza. Sono ormai decine gli ex-NBA che per un motivo o per l’altro sono approdati in quello che era l’Impero Celeste: chi per questioni tecniche, chi per questioni di minutaggio, ma la ragione principale sono quasi sempre i soldi che paiono non mancare mai alle dirigenze sportive cinesi. 
E chissà dove potrà portare questo investimento, se indirizzato e impostato in maniera razionale.

(Sports Illustrated)
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