Un anno senza te

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chris bosh 2.0

Lo scorso 9 Febbraio, quasi esattamente un anno fa, in una sconfitta contro i San Antonio Spurs al termine di una prestazione di 18 punti, Chris Bosh giocava la sua ultima gara con i Miami Heat. I suoi problemi fisici che lo assillano da tempo hanno però inizio molto prima, nel 2014.

Dopo aver rifirmato al massimo salariale con Miami, si cala nel ruolo di leader offensivo della sua squadra, mantenendo numeri migliori di anche di Dwyane Wade, ed ha una prima parte di stagione molto positiva, contrapposta ai risultati altalenanti degli Heat. Nel mese di Dicembre arriva il primo problema: dal 14 al 27 è out per uno stiramento al polpaccio sinistro, ma al ritorno le sue prestazioni non ne risentono e viene anche convocato per l’All Star Game, per la decima volta in carriera, e alla ormai defunta Shooting Star Competition.


Bosh era ormai uno specialista del sabato sera targato All Star Weekend, dopo tre vittorie consecutive

Tornando da New York, però, Bosh si fa visitare perché sente dei forti dolori all’addome e scopre che, nel polpaccio infortunatosi un paio di mesi prima, si era formato un coagulo di sangue, che staccandosi era arrivato ai polmoni, formando una trombosi polmonare. La paura è alimentata soprattutto dal fatto che proprio in quei giorni Jerome Kersey, stella dei Portland Trail Blazers tra gli anni ’80 e ’90, fosse morto per lo stesso motivo. Non si teme quindi solo per la carriera di Chris, ma per la sua vita, e la stagione finisce chiaramente lì.

 

L’anno seguente gli Heat, che nel frattempo avevano preso Goran Dragic via trade dai Phoenix Suns e Justise Winslow al Draft, diventano più competitivi e arrivano all’All Star Game con un record di 29-24, migliorandolo di 6 W rispetto alla stagione precedente nello stesso periodo. Eppure per Bosh ritornano i dolori al polpaccio e si scopre un nuovo coagulo di sangue, stavolta individuato in tempo e non diventato ancora trombosi. Visto l’entità meno grave dell’infortunio, curato prima che potesse peggiorare, si pensa che CB possa tornare in tempo per giocare i Playoffs, vista soprattutto la cavalcata della sua squadra arrivata a giocarsi gara-7 in semifinale di Conference contro i Raptors. Lo staff degli Heat non glielo concede.


CB non dava l’impressione di essere un giocatore sul finire della sua carriera, nell’ultima partita contro gli Spurs

Dopo un’estate in cui lo stesso Pat Riley ha dichiarato conclusa la carriera di Bosh con i Miami Heat, mentre il giocatore, forte delle opinioni positive sulla sua condizione raccolte da altri medici, spingeva per ritornare a giocare, è finalmente passato un anno dall’ultima apparizione ufficiale del lungo texano. Ora la franchigia può avvalersi della Long Term Injury Provision, un tipo di taglio simile per certi versi all’Amnesty Clause: il contratto del giocatore, infatti, verrebbe cancellato interamente dal salary cap della squadra. La somma che Chris Bosh deve ancora percepire, circa 76 milioni di dollari fino al 2019, non verrebbe pagata interamente dai Miami Heat, ma solo per il 20% del totale, mentre il restante 80% verrebbe coperto da un’assicurazione. L’unico problema sarebbe nell’eventualità che in questa stagione o nella prossima Bosh trovi una squadra, non solo NBA, disposta a farlo giocare, il suo contratto tornerebbe a pesare sul cap di Miami, rischiando di far pagare alla squadra di Pat Riley una luxury tax esorbitante.

Visto il silenzio a riguardo da parte dello staff dei Miami Heat e dello stesso Chris Bosh, è probabile che non ci sia l’interesse di sfruttare immediatamente questa clausola da ambe le parti. Specialmente gli Heat, che potrebbero sfruttare l’ampio spazio salariale che ne deriverebbe durante la free agency.

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