Coach Ioannis Kastritis e il suo assistente, Matteo Jemoli escono dal campo dopo la sconfitta contro Reggio Emilia. Foto di Camilla Bettoni

Quasi niente funziona, tutto torna: ma qual è l’ambizione di Varese?

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Un passo avanti, due indietro. È una costante che inizia a somigliare più a un tratto identitario che a una semplice fase della stagione. Dopo la vittoria di prestigio a Milano, Varese torna bruscamente con i piedi per terra, travolta 61-76 dalla fisicità e dalla chiarezza di intenti di una Reggio Emilia che, sin dalla palla a due, ha mostrato di sapere esattamente dove colpire.

Profonda nel pitturato, lucida nello sfruttare i mismatch, sempre davanti all’uomo in difesa. Barford e Caupain attaccano in post gli esterni della OJM, Echenique domina sotto canestro. Reggio entra in campo con un piano preciso: togliere ritmo, spezzare il gioco, rendere ogni possesso una battaglia. Varese, al contrario, si scioglie presto, molle e spuntata per larghi tratti della gara (crolla fino al -19), costretta a fare i conti con fragilità che non sono nuove, ma che tornano puntualmente a galla.

Non si concedono bis

La vittoria dell’Allianz Cloud aveva il sapore dell’esame superato senza pescare le domande più insidiose. Tutto fatto bene, per carità, ma con la consapevolezza che una variabile in più avrebbe potuto cambiare l’esito. Milano, stanca e accorciata dagli impegni di Eurolega e LBA, ha pagato un evidente deficit di fisicità e brillantezza. Reggio no. Reggio non concede bis.

Pressione costante sugli esterni, presenza muscolare sotto canestro, attenzione maniacale sui blocchi e, soprattutto, continuità. Quando l’avversario alza l’intensità e tutto sembra funzionargli, la OJM va in difficoltà. Emergono prevedibilità, mancanza di contromisure, incapacità di ribattere colpo su colpo. Ed è uno schema che si ripete sempre negli stessi momenti: quando a Varese viene chiesto di confermare, di dare seguito, di dimostrare che non si è trattato di un episodio.

È successo dopo la lotta contro Tortona e la vittoria nel derby contro Cantù, con la caduta contro Udine aggravata dall’infortunio di Davide Alviti. È successo di nuovo quando le tre vittorie consecutive sono state interrotte dalla sconfitta di Treviso, anche lì con l’attenuante dell’assenza di Moore. Ed è successo ancora contro Reggio Emilia, subito dopo aver battuto una squadra di Eurolega. Una volta è una coincidenza, due sono un caso, tre diventano una prova. Non più discutibile.

Qual è l’orizzonte?

“Vincere contro l’EA7 non ci rende una squadra da Eurolega e perdere contro Reggio non fa di noi una squadra peggiore”. Kastritis ha ragione, soprattutto quando invita a non farsi trascinare da letture emotive. Ma la realtà è che certe vittorie spostano inevitabilmente l’orizzonte. Alzano l’asticella, cambiano le aspettative e naturalmente generano ambizione. E forse è proprio qui che nasce il corto circuito.

Perché l’impressione è che Varese oscilli tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere, senza mai fermarsi davvero in mezzo. Sembra mancare la continuità mentale necessaria per sostenere tutto il meccanismo. Pensare “una partita alla volta” è una virtù, ma non può diventare un alibi strutturale.

Con 13 giornate ancora da giocare e 18 già alle spalle, resta difficile decifrare quale sia la reale ambizione. Fare il minimo indispensabile per salvarsi? Oppure provare, finché logica e matematica lo consentono, a guardare verso i playoff?

Non è una questione di obiettivi irrealistici, ma di chiarezza. Sapere chi si è, cosa si vuole e soprattutto cosa si è disposti a sostenere. La risposta può essere una sola: qualunque essa sia, serve chiarezza. Prima di tutto con sé stessi.

Matteo Bettoni

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