Olivier Nkamhoua, ala della Pallacanestro Openjobmetis Varese

Varese e il soffitto di cristallo: il limite di rottura a un passo dall’obiettivo

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C’è un momento preciso in cui una stagione smette di essere una rincorsa e diventa un esame di coscienza. Quel momento è scoccato sul parquet di Trieste, tra il sibilo disperato dell’ultimo ferro colpito da Tazè Moore prima della sirena e il tabellone che recitava un beffardo 90-89. Non è solo una sconfitta; è la fotografia di un limite che somiglia a una condanna per le ambizioni playoff, ancora matematicamente raggiungibili, ma ben lontani.

Un vantaggio (mal gestito) evaporato

A metà del terzo quarto, Varese aveva in mano il telecomando della partita. Un +11 che profumava di controllo. Eppure, proprio quando serviva il cinismo dei grandi, la squadra si è sciolta. È mancato lo “zampino”, quella capacità quasi chirurgica di abbassare i battiti cardiaci del match, di respirare e gestire il possesso. Invece di congelare l’entusiasmo avversario, Varese si è fatta trascinare in una rissa agonistica ad alto ritmo, un caos fatto di transizioni frenetiche e, purtroppo, troppi errori. Il vuoto offensivo del quarto periodo e poi l’ultimo, ingenuo: Stewart – difensore eccelso fin qui in stagione e comunque autore di un’ottima partita – che casca sulla finta e manda Ramsey in lunetta per i due liberi decisivi della gara.

Va anche detto, per onestà di cronaca, che la serata di Ioannis Kastritis si è trasformata presto in un esercizio di equilibrismo. Il coach greco ha dovuto navigare tra i marosi di una gestione falli spietata: il peso dell’uscita prematura di Nate Renfro — tornato in campo a metà quarto periodo giusto il tempo di salutare la compagnia — e le ingenuità pesanti di Matteo Librizzi, uscito anche lui per 5 falli, hanno tolto pian piano i bulloni all’impalcatura difensiva.

In questo scenario di emergenza, aggravato dai passaggi a vuoto di Allerik Freeman, Varese è stata costretta a snaturarsi. Con Olivier Nkamhoua da 23 punti (4/11 da due, 4/6 dall’arco) con 8 rimbalzi, ma senza gli altri perni, la squadra ha spostato tutto il suo peso sull’arco, smarrendo però quella concretezza e quella capacità di colpire nel pitturato che l’avevano resa cinica e spietata contro Tortona. Una metamorfosi forzata che, alla fine, ha presentato un conto salatissimo

Il peso degli errori

In una partita sporca, dove anche Trieste ha regalato molto, i peccati di Varese sono pesati come macigni. La sensazione è che la squadra di coach Kastritis sia rimasta vittima del suo stesso DNA: una corsa incessante che, se non porta al canestro veloce, sfocia in una perdita di lucidità. Nei momenti decisivi, non serve correre più forte dell’avversario. Non contro una Trieste che, come Varese, è stata imprecisa ma ha capitalizzato nel momento decisivo. Un attestato di stima apprezzabile, certo, ma che si è scontrato con una realtà ben diversa: una squadra che si è lasciata sopraffare dalla fretta, affogando in un mare di errori e imprecisioni. In quei momenti, più che la libertà di sbagliare, ai biancorossi sarebbe servita una bussola ferma per ritrovare la rotta.

La corsa ai Playoff (non) è finita

Per puntare fino in fondo, i parziali spacca-partita non sono sufficienti. Serve quella solidità mentale che ti permette di chiudere a doppia mandata la porta quando guidi di una doppia cifra abbondante. Varese non ha ancora imparato a gestire i propri momenti di impeto e forse, più che restare una splendida incompiuta, l’impressone è che la Openjobmetis abbia toccato il limite delle proprie capacità: bella da vedere da un lato, ma troppo fragile per sognare davvero in grande.

Riuscire a trovare la quadra sembra, a oggi, una questione che va oltre la tattica. Bisogna dare atto a questa squadra di aver compiuto passi da gigante sotto il profilo dell’umoralità, ricucendo quegli strappi emotivi e colmando quelle lacune strutturali che nel primo terzo di campionato parevano voragini. Eppure, la sensazione che filtra dal parquet di Trieste è che la Openjobmetis sia arrivata al suo “limite di rottura”.

Il destino però non ha ancora emesso la sua sentenza definitiva. Il calendario, in un ultimo slancio di generosità, tiene aperta una porta che la classifica vorrebbe socchiudere. Mentre Trieste si avvia verso un calvario contro Udine, Milano, Brescia e la Virtus Bologna, e Reggio Emilia deve districarsi in un labirinto che va dalla gara con Milano (oggi) allo scontro diretto con Trento, Varese si ritrova tra le mani un programma sulla carta più “umano”. Sassari, Cremona, Cantù e la Vu Nere: quattro tappe, quattro finali.

Tutto è ancora in gioco, tecnicamente possibile, matematicamente aperto. Ma dopo una rimonta subita così, la prospettiva della post-season appare inevitabilmente un pizzico più lontana.

Matteo Bettoni

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