Vertemati: “Monetizzare la grande stagione? Forse. Ma non mi è mai capitato…”

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Se proprio volessimo stilare una classifica generale della stagione di Serie A2, ne emergerebbe che stavolta Adriano Vertemati Treviglio l’ha portata al quinto posto. Dietro Fortitudo Bologna, prima, Virtus Roma, seconda, la vincente della finale playoff tra Treviso e Capo d’Orlando, terza, e la perdente, quarta. Perché tra le due eliminate in semifinale, la Remer si è piazzata terza ad Ovest, con Bergamo quarta.

Eppure esattamente un anno fa, giugno 2018, a Treviglio si respirava l’aria peggiore degli ultimi anni.

“Brutta davvero. Lo sponsor aveva annunciato il disimpegno e c’era una fase di stanca dopo una stagione complessa, con i playoff ma dopo un’annata tutta nelle retrovie”.

E, tra le altre, si legge: anche Vertemati, dopo sette anni, potrebbe andare via.

“Vero. E’ stato vicino, molto vicino. Poi si è perso il timing, mentre a Treviglio gli scenari mutavano verso una ripresa. Ci siamo seduti al tavolo, non per parlare di soldi ma di progettualità. Mi hanno offerto garanzie per un campionato dignitoso. E sono rimasto”.

Si parla di programmazione, poi esce questa stagione qui forse da quella meno programmata da Treviglio. Che aveva appena lanciato, e perso, Mezzanotte. Dopo la separazione ancora fresca dai numi tutelari Rossi e Marino.

“Può apparire così, ma non è la realtà delle cose. E’ rimasto Pecchia, con noi già da due stagioni. Palumbo e D’Almeida, che la Società prese su mia indicazione, entravano nel secondo anno e con un ruolo sempre più definito. Non sempre il basso costo lascia intendere il non avere un ruolo. E siamo a tre giocatori”.

Tre, non un roster.

“Su questa base è poi intervenuta la credibilità che la Società si è saputa costruire negli anni. Caroti non lo volevamo solo noi, ma ci ha scelto. Anche gli stessi Frassineti e Taflaj, pure con logiche diverse, hanno accettato la proposta”.

A cosa equivale allora “programmare”?

“Allestire un nucleo di giocatori con obiettivi comuni e complementari. Ed affidarli ad uno staff tecnico che possa lavorare sulla loro crescita. Diffido di chi programma un risultato: quello non è stato fatto, non si fa mai, neanche un playoff”.

Tecnicamente parlando, di chi è figlio Adriano Vertemati?

“Di padri ne ho diversi. Massimo Meneguzzo mi chiamò a Monza quando ero fresco di tessera. Ed a 24 anni mi disse “sei pronto per allenare”. Fabio Corbani, che poi è diventato un grande amico, mi portò alle giovanili di Treviso senza conoscermi, facendomi respirare l’aria di un Club di Serie A e di grande tradizione ed organizzazione. Con Jasmin Repesa sono stato un anno, ma sufficiente per darmi moltissimo sul piano tecnico e gestionale. E da un anno a questa parte coltivo l’amicizia di Andrea Trinchieri. Uno che ha passione per il gioco, che vive a qualunque ora del giorno, con grande attenzione per i dettagli e la capacità, rara, di vedere oltre le situazioni”.

A proposito di Repesa: deve qualcosa anche al figlio Dino, tipo uno scudetto Under 19 nel 2011.

“In semifinale, vinta contro la Virtus Bologna, fece n.e. e devo dire che poi mi trovai un po’ in imbarazzo col padre. Il giorno dopo, in finale, lo misi in quintetto. Dino sparò subito due triple su due. Nel finale ne mise altre tre e col suo 5/5 vincemmo lo scudetto. Ha smesso e fa l’allenatore in Repubblica Ceca, ma già ai tempi aveva per l’età una grande conoscenza del gioco e di tutti i giocatori”.

Quelli che allena oggi ce l’hanno?

“E’ uno degli ambiti che mi lascia più perplesso. Giocatori che non conoscono la classifica. La formula del campionato cui partecipano. Di loro penso che non abbiano ambizione”.

A proposito: in quella finale del 2011 sconfisse Imbrò e Tessitori. Stavolta si sono presi la rivincita.

“Con la Virtus Siena comandarono quella partita per 35 minuti… Loro erano già forti e di due anni più piccoli. Ed erano più forti anche stavolta”.

Chi deve essere il giocatore di oggi?

“Non c’è una ricetta, ma delle linee guida. Deve essere interessato a ciò che fa, in assoluto del basket, a qualunque livello. Deve avere ambizione. Il fuoco dentro. E questo tralasciando le ovvie esigenze fisiche, atletiche e tecniche”.

E’ il ritratto di Andrea Pecchia? Determinazione feroce, intensità.

“Lui è uno interessato, conosce, sa cosa lo circonda. Ha voglia di palestra. Oltre all’atletismo ed alla taglia. Il resto lo puoi migliorare. Ma se manca tutto questo, sei buono per la Serie C”.

C’è posto per lui in questa Serie A, dove un Amedeo Della Valle, top scorer azzurro alle qualificazioni Mondiali, non ha trovato minuti?

“Ci sono step intermedi. Non lo vedo in un quintetto, ma sono certo che si guadagnerebbe spazi in un contesto che glielo possa offrire. Il suo ideale può essere un Club dove si possa allenare molto in settimana, che non faccia le coppe, e con un allenatore che sappia bene chi è Andrea Pecchia”.

E’ una proposta di pacchetto, tutto compreso?

“Da parte mia proverei sempre a portarlo con me. Non so lui”.

Ma lei resta a Treviglio?

“Il contratto è valido fino al 2020. La stagione ci ha prosciugati, di solito ad inizio giugno avevamo già il roster quasi fatto per la stagione successiva, stavolta eravamo ancora lì a giocare. Ne parleremo, tra un po’”.

Altri due in rampa di lancio: Mattia Palumbo. Anno 2000, altezza 1.98, ruolo?

“Più che ruolo, l’obiettivo: playmaker di altissimo livello, con una struttura fisica che è già da Eurolega. Ragazzo di grande intelligenza, in campo e fuori, eccellente anche nella scuola che frequenta (Liceo Scientifico Galilei a Caravaggio, statisticamente tra i più esigenti, con la maturità in arrivo). Il suo prossimo step è una opportunità superiore, per continuare a lavorare su se stesso. Non è pronto come Pecchia, ma lo diventerà”.

Ursulo D’Almeida. Anno 2001, altezza 2.00, ruolo?

“Potenzialità atletiche da Eurolega. Gioca da poco, il suo percorso tecnico lo costringe a lavorare da ala piccola ed in allenamento abbiamo già iniziato a farlo. Chiaro che poi in partita abbiamo sfruttato le qualità di oggi, che lo rendono più incisivo in avvicinamento a canestro”.

C’era anche un Alessandro Gentile da 51 punti in una semifinale Under 17 dolorosamente persa di uno, dopo un supplementare, contro Pesaro, dieci anni fa. E lei disse, al termine: “Il nostro obiettivo è vincere domani, dimostriamo di saperci rialzare da questa sconfitta”. Vale anche con i senior?

“Quella frase era figlia di un percorso di insegnamento, rivolto a ragazzi che avevano appena perso la possibilità di vincere lo scudetto. E che dovevano tornare in campo dodici ore dopo per arrivare terzi. Vincere uno scudetto non è opportunità che capita a tutti. Con i senior è diverso, perché hai obiettivi quotidiani”.

Che Serie A2 è stata?

“Io ho visto un livello in leggera crescita, con grande equilibrio. E soprattutto una qualità decisamente superiore negli stranieri, forse i migliori in assoluto degli ultimi anni. Ed anche tanta gente nei palasport, nei playoff è stato davvero bello”.

La Serie A invece è un altro mondo.

“Sul piano atletico sì, nessun dubbio. A livello di organizzazione di gioco non c’è grande differenza, mentre è completamente diversa la capacità di incidere sul piano del gioco grazie alle proprie qualità fisiche”.

Il fondamentale che si è perso?

“Ad altissimo livello non si sono persi, semmai il loro utilizzo evolve in relazione a come evolve il gioco. A causa dell’aumento vertiginoso dell’atletismo e della fisicità, oltre ai 24 secondi che l’hanno rivoluzionato”.

Il palleggio, arresto e tiro, resta il fondamentale a suo giudizio più immarcabile? Quello dei docenti Basile, Bulleri, Mordente.

“Le difese devono scegliere, oggi le due prime opzioni sono togliere la possibilità di attaccare il ferro, oppure il tiro da 3 punti. Chi ha quell’abilità tecnica può sfruttare la terra di mezzo per fare molto male. E’ quella che attaccano i migliori giocatori esterni di Eurolega”.

Non cadiamo nello stereotipo “i giovani di oggi non hanno voglia”. Forse il vero problema per voi allenatori è “gli chiedo di farsi il mazzo, ma poi non posso farli giocare”.

“La chiave di tutto resta la comunicazione, come ti poni con loro. Il tuo obiettivo è portarli dalla tua parte, ma per farlo devi fare 5-6 passi verso di loro”.

Quale è il suo approccio?

“Spiegare subito al ragazzo cosa si ha in mente. E deve essere una progettualità che può perseguire. Se spari alto, e non la raggiunge, generi frustrazione. A Palumbo ho spiegato l’inutilità di giocare 30 minuti in ala piccola. Meno minuti, ma da play, difendendo sui play. Per percorsi di questo genere è fondamentale la collaborazione degli agenti e delle famiglie. Ho tratteggiato un mondo ideale. Dovrebbe essere così. Capita di rado”.

Nelle scelte degli allenatori spesso incide il “se perdo, mi cacciano”.

“Incide, ma non ci devi pensare. Se lo fai, hai già perso. Le energìe vanno rivolte esclusivamente su ciò che puoi controllare, preparare la squadra tecnicamente e mentalmente. Nessuno è più forte dei risultati. L’unica differenza è che, con una buona situazione ambientale attorno, hai una sconfitta in più di bonus. Se non ce l’hai, una in meno”.

Negli ottavi contro Roseto si sono viste a confronto le squadre più giovani del campionato. Come voi, anche loro rivelazione. Cosa ha visto in quella progettualità?

“Il futuro. Non c’entravano nulla con gli standard atletici della A2. Ho letto l’intervista a Germano D’Arcangeli, gli fosse possibile mantenere quella squadra lì potrebbero vincere il campionato. Per ora li puoi battere solo per una globale conoscenza del gioco superiore e più controllo. Per noi è stato fondamentale il fattore campo ed il fatto che non eravamo fisicamente così distanti”.

Come tratteggerebbe la sua traiettoria ideale, per il futuro?

“Parlando a nome degli allenatori, credo, la richiesta è più linearità nelle valutazioni e nelle scelte. E molta meno casualità. Mi piacerebbe avere il rispetto di quanto investiamo noi per farne una professione”.

Dopo una stagione come questa non è consigliabile monetizzare il grande risultato ottenuto?

“Forse. Ma non mi è mai capitato…”.

Anni fa sua moglie disse: ho passato il viaggio di nozze con gli agenti e dirigenti. E stavolta fino a giugno non l’ha vista.

“Riporto la cose alla verità dei fatti: ero io quello al telefono con dirigenti ed agenti, lei era, con me, in una villa in Sardegna”.

Stefano Valenti

Area Comunicazione LNP

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