Un’analisi laterale e insolita dell’Europeo 2015

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Scrivo questo articolo il giorno dopo la finale del campionato Europeo vinta dalla Spagna, ma sviluppo i miei pensieri, idealmente, dopo la sconfitta contro la Lituania da parte di una Nazionale appassionante, caotica a tratti, unita, aggregante, contraddittoria. Volutamente una lista di aggettivi, in una sintassi tecnica che ha contraddistinto sia il periodo pre-Europeo che la manifestazione in corso.

La sensazione di scrivere ovvietà è concretamente presente nella mia testa, né sono minimamente influenzato dal risultato della partita tra Italia e Lituania, rispetto alle note che presenterò. Mi ha fatto sorridere l’approccio “calcistico“ alla manifestazione da parte dei media (come normalmente in questo periodo di attenzione alla notizia, solo dei media che detenessero i diritti del pacchetto), preparati e pian piano quasi esasperanti nell’ostentare la preparazione, reale e concreta tra l’altro di tutti gli “iscritti a referto“. Poi si può pensare che Flavio Tranquillo sia eccitante o eccessivo, ma certo non si potrà mai direi che non sia strapreparato, e così Pessina, De Rosa e compagnia cantante. Forse lo studio poteva essere più vivace e ogni tanto un pizzico di emozione si potrebbe far avvertire… e non solo dirla.

La squadra di Sky Sport per Eurobasket 2015

Penso a quando Valerio Bianchini prende la penna e decide di farci apprezzare il suo modo di trasferire emozioni, a volte basta una frase, a volte è un poema epico, ma non si può far a meno di avvertire quello di cui si parla. Non sentirlo, avvertirlo. Un Cattolico praticante probabilmente direbbe che c’è la stessa differenza tra prender messa o ascoltare la messa, ma in sintesi il servizio Sky è un servizio di livello alto e una rete dedicata a una manifestazione come gli Europei di basket è una manna dal cielo per ogni appassionato o addetto ai lavori che non sia potuto essere di persona alle partite. Va da sé che scrivere di un campionato Europeo porta a riempire le righe di cose già dette e già scritte, oltretutto con la precisione e la preparazione di giornalisti professionisti e opinionisti che di lavoro danno la misura in tempo reale di quello che sta accadendo. Altrettanto il popolo del Basket, in misura diversa tramite social network e ammennicoli vari, si propone con idee alternative e perle di saggezza, compatibilmente con la cultura cestistica del Paese e la passione per i fatti della nostra nazionale. La scelta Italiana è stata, dal punto di vista mediatico di approcciare la competizione, prima di tutto porre alte aspettative su di un gruppo di gran talento, con dichiarazioni del tipo “La nazionale più forte di sempre“, eccetera, per poi difendere istituzionalmente l’operato della squadra sul campo. Mentre mi è sembrato un poco meno tutelato lo staff nella propria interezza e, rispetto alla cultura sportiva del nostro paese, questo è coerente con il ”Siamo tutti allenatori“ proprio dell’Italica visione dello sport.

Faccio spesso lezioni tecniche per allenatori (la nostra federazione prevede un aggiornamento obbligatorio per chi possegga la qualifica di allenatore) e se da un lato cerco sempre di stimolare soprattutto i ragazzi giovani a comprendere e a rendere comprensibili i concetti che affronto, da qualche tempo mi propongo anche di far capire che allenare a buon livello (o ad altissimo livello) non è per tutti, ma ci sono delle competenze (oltre che delle capacità) specifiche di quel livello, per non parlare delle responsabilità.

La democrazia è una forma di governo che ha nella opportunità di tutti di esprimere un parere la chiave del proprio stesso essere. Si dimentica spesso che, all’interno di un sistema che lo preveda, questo comporta anche un’assunzione di responsabilità. Abbiamo iniziato l’Europeo in un modo, lo abbiamo finito cresciuti e questo è innegabile. Abbiamo acquistato una consistenza che a inizio percorso non era per nulla scontato ottenere, abbiamo migliorato individualmente i giocatori rispetto al sistema di gioco scelto e abbiamo ricevuto disponibilità totale e spirito indomito da parte di ognuno dei protagonisti dello show.

L’uso del “noi” abbraccia lo spirito che gli appassionati di pallacanestro dovrebbero avere e in realtà hanno nei confronti della nostra nazionale, ma è bene ricordare che nel “noi” sono compresi i medici, i fisioterapisti, i dirigenti, i preparatori, gli allenatori. Questo ci manca, perché la cultura sportiva dell’appassionato tiene conto dello spettacolo offerto e del risultato, ma certo non sempre delle professionalità che sono legate indissolubilmente alla squadra. E invece questo potremmo migliorarlo. Dovremmo ambire a far passare che le professionalità che incidono sul risultato possibile sono molteplici e qualitativamente di livello talmente altro da poter proporre a sé stesse ben poche alternative. Dovremmo farlo per costruire e non per distruggere, per analizzare e non criticare. Immagino che questo non faccia parte storicamente della nostra tradizione degli ultimi anni, ma quando dominavamo in Europa le nostre squadre di Basket mantenevano equilibrio e crescevano a partire da programmi di ben più lunga durata rispetto all’attuale momento della nostra pallacanestro. Altri tempi, certo, ma l’evoluzione del gioco non mina il concetto di crescita che peraltro è ancora ben presente nel maggiore campionato al mondo, l’NBA.

E dopo tutto questo parlare di media, approcci, programmazione, staff e patriottismo tecnico, di pallacanestro cosa possiamo dire? Banalità, ovviamente. Come dire che c’è stato un enorme tasso di talento complessivo, una fisicità debordante, che ci sono state le sorprese che ci sono in ogni Europeo (Repubblica Ceca e Lettonia), che si è abusato dell’odiato pick and roll, che Pau Gasol ha fatto sembrare gli altri giocatori come scolari in predicato di accedere ad una scuola di cui lui era il preside (dirigente scolastico nel 2015), che Tony Parker non era il solito Tony Parker, e altre. Ovvio che siano tutte affermazioni vere e qualcosa va pur scritto. E’ solo per l’abbondanza di persone qualificate che ne scrivono che l’informazione sembra diventare ridondante, ma questo non toglie la sostanza.

Andiamo con ordine: il tasso di talento complessivo. Non esistono di fatto più scuole di pallacanestro legate a situazioni zonali ben delineate. Ragazzi molto giovani che abbiano un potenziale soprattutto fisico (avete letto le dichiarazioni di Djorgevic a fine Europeo) si muovono per usufruire dei migliori allenatori (e delle migliori opportunità) all’interno ed all’esterno dei propri stati. Questo porta di fatto ad avere più giocatori di altissimo livello (l’Europeo è probabilmente la rassegna continentale di maggior livello al mondo) distribuiti su più nazionali, magari senza avere la scuola tecnica della nazione di appartenenza. E’ un momento storico in cui la capacità tecnica non può prescindere dalle potenzialità fisiche. Quando allenavo settore giovanile molti anni (ultimo anno 2006), insegnavo ai ragazzi, per esempio, ad usare il ferro per proteggersi dalle stoppate. Quando nel 2010 ho allenato Sanikidze (agli Europei con la sua Georgia), mi sono reso conto che non bastava più perché lui ti stoppava lo stesso. In un momento di tale evoluzione atletica, la capacità di insegnare una “nuovo tecnica“ che sia adeguata a tale evoluzione, credo sia ancora in fase embrionale. Per cui, a fronte di un enorme potenziale e talento, la tecnica individuale sembra (non è) un poco più approssimativa tranne in situazioni ripetute da tutte le nazioni (ad esempio il famigerato pick and roll).

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Parliamo un attimo dell’Esperienza. Pau Gasol ha dominato i campionati Europei, in ogni aspetto del gioco. Ha davvero portato a scuola tutti quanti, è stato il dominio del singolo sul sistema… ma è davvero così? La scelta dei giocatori della Spagna, che è una nazione che può scegliere a tal punto che la squadra degli assenti avrebbe potuto vincere l’Europeo (Navarro, Marc Gasol, Ibaka, Rubio, eccetera), è stata una scelta votata ad enfatizzare le gerarchie, così visibili da essere indiscutibili. All’interno di questo, l’eccellenza tecnica di Scariolo (al pari di Pianigiani, Messina, Banchi, Trincheri) nel gestire le pressioni acuite da un inizio difficile. Allora rispetto ad affermazioni eccessive, rispetto all’enorme tasso di talento che avevamo, noi nazionale Italiana, ricordiamoci il lavoro che faceva De Pol e paragoniamolo a quello che Reyes con un ruolo diverso ha fatto per la Spagna, e da qui riflettiamo. Non so se sto divagando o meno, ma c’è davvero un romanzo tipo “Guerra e Pace“ tra le pieghe di un campionato Europeo e non vorrei andare oltre, sempre che non l’abbia già fatto.

Il saluto di Nowitzki, al ritiro dalla nazionale tedesca

Vorrei concludere solo con due note. La prima è che faccio mia un’affermazione del grande Sergio Tavcar che ho incontrato durante una lezione tecnica durante l’Europeo Under20. Mi diceva quanto la condizione sociale dei popoli influenzi il modo di giocare, per cui in luoghi dove il modo di dirigere la nazione sia stato direttivo, sarà difficile immaginare una grande creatività, viceversa dove la storia del paese è stata contaminata da mille contesti differenti, sarà difficile immaginare un ordine eccessivamente definito. Credo sia una chiave nuova di guardare le partite, e avendo negli occhi Lituania, Italia, Francia, Serbia e Spagna… inviterei a rifletterci su. Seconda e ultima nota riguarda le eccellenze: bisogna avere memoria storica quando si saluta Dirk Nowitzki, quando si scopre che Spanoulis non giocherà più con la Grecia o quando ci si trova davanti alla quinta finale arbitrata dal miglior arbitro al mondo dell’ultimo decennio, l’eccellenza Italiana di Luigi Lamonica. Credo si debba, perché coltivando memoria storica si aumenta la cultura sportiva, aumentando la cultura sportiva aumenteranno le domande che possano portare ad una crescita ancora più grande del nostro sport, che già è il più bello del mondo, ma niente vieta possa ancora migliorare. Se poi la nostra nazionale ne traesse beneficio, beh, penso saremmo tutti d’accordo di gustarci la ciliegina sulla torta.

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