Memories of Busts: Adam “Legend” Morrison- la nuova “Speranza Bianca”

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Afflalo consola Morrison in lacrime al torneo NCAA

Lottare contro una malattia come il diabete di tipo 1 non è mai facile, soprattutto se si hanno appena 14 anni e si ama alla follia il mondo della palla a spicchi, un mondo dove, per colpa di quel maledetto diabete, sarà difficile entrare come professionista. Difficile, ma non impossibile, perché Adam Morrison, nonostante tutto, riesce a raggiungere il proprio obiettivo: con l’aiuto di un endocrinologo, seguendo diete mirate e tenendo costantemente sotto controllo i valori della glicemia, riesce a non farsi condizionare dalla malattia dal punto di vista sportivo, ottenendo, contro ogni aspettativa, il permesso dei medici di giocare a basket a livello agonistico. Il ragazzo ha talento e attira gli interessi di diverse università, ma a non convincere sono i suoi problemi di salute, che fanno storcere il naso ai grandi college. Di conseguenza Morrison accetta l’offerta di Gonzaga, dove si metterà in mostra soprattutto nel suo terzo e ultimo anno, quello da junior, durante il quale terrà medie impressionanti (28.1 punti e 5.5 rimbalzi a gara), guidando i Bulldogs fino alla Sweet Sixteen, dove si dovranno arrendere contro i Bruins di UCLA, capitanati allora da Arron Afflalo, Jordan Farmar e Luc Mbah a Moute. L’immagine di Morrison in lacrime a fine gara, nonostante la sua grande prestazione individuale, consolato da Afflalo, commuoverà l’intera nazione, che proverà immediatamente una grande simpatia per questo ragazzo che brucia di passione per il basket. Morrison non è infatti un giocatore come tutti gli altri, di lui colpiscono soprattutto i capelli anni ’70, i suoi baffetti sbarazzini e la sincerità con cui risponde alle domande dei giornalisti: affermerà infatti in un’intervista di avere in camera un poster di Che Guevara, con la stessa naturalezza con cui pochi minuti prima aveva rivelato il nome del suo idolo, Larry Bird. Molti cominciano a vedere in lui la nuova “Speranza Bianca”, come se “Larry Legend” si fosse reincarnato in quel ragazzino dinoccolato, che è l’esatto opposto dello stereotipo del giocatore NBA: inutile dire che Morrison diventa ben presto un idolo per molti.

La notte del Draft NBA 2006 si avvicina e tutti sono curiosi di vedere dove si andranno ad accasare i nuovi cestisti che compongono la classe rookie di quell’anno; il talento non è moltissimo, ma ci sono molti buoni giocatori che, affiancati a una stella, potrebbero certamente fare la loro figura in NBA. La prima scelta assoluta è dei Raptors, che la spendono per il “nostro” Andrea Bargnani, la #2 appartiene ai Bulls, che si accaparrano LaMarcus Aldridge, immediatamente tradato con i Blazers; tocca quindi ai derelitti Charlotte Bobcats, franchigia “giovane” e perdente, bisognosa di talento come il pane. “His Airness” Michael Jordan è il responsabile Draft per Charlotte e, dopo la scellerata scelta di Kwame Brown nel 2001 (di cui abbiamo già parlato) per conto dei Wizards, non vede l’ora di rifarsi: senza indugi punta sul ragazzo ex-Bulldogs, individuando in lui e nella sua passione per il gioco la chiave per risollevare i Bobcats, rinunciando di fatto a Kyle Lowry, Paul Millsapp, Brandon Roy e Rajon Rondo, ancora disponibili. Morrison non parte immediatamente in quintetto, ma gli viene data molta fiducia, soprattutto perché si ha l’impressione di avere tra le mani un’ala piccola di 203 centimetri in grado di uscire dai blocchi e segnare sugli scarichi, ma anche capace di crearsi un tiro affidabile dal palleggio, un realizzatore puro. Purtroppo, nonostante una media punti decorosa (11.8 e 2.9 rimbalzi), a tradirlo, nella sua prima esperienza in NBA, sono soprattutto le pessime percentuali al tiro (sotto il 40% per tutta la stagione) e la leggerezza in difesa. Morrison entra comunque nell’NBA All Rookie Second Team e si prepara per la stagione successiva, determinato a migliorarsi e dare un apporto decisivo alla squadra. Durante la pre-season 2007/2008, però, il suo ginocchio fa crack, rottura del crociato anteriore e stagione finita. Nell’ottobre 2008, “Legend” è pronto al ritorno, la RS  2008/2009 sarà però una delusione per lui: in panchina i Bobcats hanno scelto Larry Brown, coach dalla grande esperienza e dalla mentalità vincente, famoso soprattutto per la sua attenzione alla fase difensiva. Inutile dire che Morrison finisce ben presto ai margini, soprattutto a causa della sua poca attitudine di “mastino” nella propria metà campo. Il minutaggio scende drasticamente (15 minuti scarsi a match) così come le sue medie (4.5 punti e 1.9 rimbalzi in stagione), non è più al centro del progetto, di conseguenza viene messo sul mercato e appena possibile fa le valigie, insieme a Shannon Brown, in direzione Los Angeles, sponda Lakers, scambiato per Vladimir Radmanovic.

Morrison con Kobe Bryant ai Lakers

I Lakers sono targati Gasol-Bryant e in panchina siede Phil Jackson, che relega Morrison al ruolo di panchinaro, in quanto lo spot di ala piccola titolare è già occupato da Trevor Ariza; l’ex-Bobcats giocherà 5.5 minuti a partita (1.3 punti e 1 rimbalzo di media) e non scenderà mai in campo nei Playoffs, laureandosi comunque campione NBA 2009, quando i Lakers batteranno 4-1 gli Orlando Magic nelle Finals 2009. L’anno successivo il suo minutaggio cresce a 7.5 minuti a partita, conditi da 2.4 punti e 1 rimbalzo per allacciata di scarpe: ormai ai margini, Morrison vincerà un secondo anello (i Lakers avranno la meglio 4-3 sui Boston Celtics nelle Finals 2010) e giocherà appena due partite di Playoffs, prima di fare le valigie di nuovo e lasciare Los Angeles. A 26 anni, il ragazzo che aveva sconfitto il diabete è in cerca di una squadra disposta a credere in lui: i Washington Wizards lo firmano, ma lo tagliano subito dopo il training-camp: per Morrison è un duro colpo, per lui sembra non esserci più spazio nel basket d’oltreoceano. Tenta quindi l’esperienza europea, firmando nel settembre 2011 per la Stella Rossa, squadra serba che milita nella Lega Adriatica. Dopo appena otto match, però, rescinde il proprio contratto, pur avendo messo insieme delle buone medie (15.5 punti, 3.1 rimbalzi e 1.5 assist). A gennaio 2012 firmerà per i turchi del Besiktas, dove però non giocherà con continuità, uscendo dal proprio contratto dopo appena tre mesi. Farà ritorno negli USA, alla ricerca di un’ultima occasione per dimostrare il proprio valore. Nell’estate 2012 parteciperà alla Summer League prima con i Brooklyn Nets e poi con i Los Angeles Clippers, mettendosi in mostra soprattutto con i losangelini, tanto da guadagnarsi la chiamata dei Portland Trail Blazers, che lo firmeranno per il loro training-camp, per poi tagliarlo dopo cinque partite di pre-season.

Morrison non si rialza più, ormai rassegnato, abbandona il mondo del basket nel 2013 per tornare a Gonzaga, dove ricoprirà l’incarico di vice-allenatore. Adam “Legend” Morrison, due volte campione NBA, scelta #3 del Draft 2006, “novello Larry Bird”, ha dunque lasciato la NBA dalla porta di servizio, dopo esserci entrato dall’ingresso principale, faticando il doppio degli altri e lottando come un guerriero per ottenere ciò che più voleva, dimostrando al mondo che non basta la malattia per fermare chi crede davvero nei propri sogni. Non verrà certamente ricordato per le sue prestazioni, anzi dovrà convivere con l’etichetta di “bidone” per sempre, tuttavia a Gonzaga nessuno scorderà mai la sua passione e le lacrime versate per la casacca dei Bulldogs, l’unica squadra che sia veramente riuscita a tirare fuori il “Larry Legend” assopito dentro di lui, sotto quei capelli anni ’70. Ma alla fine, arrivare in NBA, pur sapendo che per tutta la vita bisognerà combattere contro quel maledetto diabete, non è già un’impresa da leggenda?

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