Carlos Stewart Jr, guardia della Pallacanestro Openjobmetis Varese

Varese e la vertigine del possibile: quando il limite è nello specchio

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C’è qualcosa di profondamente frustrante nel veder svanire un orizzonte proprio quando sembrava a portata di mano. Disattenta, incauta, fragile. Contro Napoli, la Openjobmetis impressiona, ma lo fa in negativo: dopo tre successi consecutivi ci si aspettava il definitivo salto di qualità e, invece, è andato in scena un passo indietro gigantesco. Quasi fosse un automatismo psicologico: raggiunto un piccolo apice, l’ambizione di guardare più in alto si spegne per lasciare spazio a un’inspiegabile vertigine.

Napoli è scesa in campo con il fuoco sacro di chi ha le spalle al muro. Ha dimostrato che sottovalutare una squadra ferita – reduce da sei k.o. di fila – è un errore letale, un peccato di presunzione che non scompare nemmeno se nel curriculum recente hai lo scalpo di Brescia, la perfezione contro Udine o la tenacia mostrata nella volata di Treviso.

Alla Guerri non è servita nessuna volata. La partita è durata a malapena tredici minuti: il tempo di assistere a un parziale di 10-0 che, sul 36-13, aveva già il sapore della sentenza. Il tabellone dell’Alcott Arena è stato un giudice impietoso: 30 punti di scarto all’intervallo, 35 alla fine del terzo quarto. In questo naufragio, i 22 punti di Stewart e i 17 di Iroegbu sono rimasti lampi isolati nel buio, incapaci di dare un senso a una prestazione collettiva svuotata di anima.

È stato un game, set and match umiliante, consumato sotto gli occhi di Stan Wawrinka. L’ex numero 3 del tennis mondiale, seduto a bordo campo, è l’immagine dell’atleta che ha costruito una carriera vendendo cara la pelle per farsi spazio nell’era di Federer, Nadal e Djokovic; vederlo testimone di una resa così passiva ha reso la figura della OJM ancora più sbiadita.

La corsa verso la quarta vittoria consecutiva, un obiettivo ampiamente alla portata, si è trasformata in una tragedia sportiva. Mentre Napoli rispondeva alla contestazione dei propri tifosi con una reazione d’orgoglio, Varese ha preferito far riaffiorare i fantasmi della prima metà di stagione. La squadra di Kastritis (che aveva chiamato i suoi a mostrare tutt’altra attitudine) sembra vittima di un eterno ritorno all’instabilità: non appena il disegno si fa un po’ più nitido e i successi autorizzano a guardare in alto verso i Playoff, subentra un riflusso di mediocrità.

Sono vittorie che tracciano un sentiero e sconfitte che, puntualmente, lo cancellano. Varese vive in un limbo di incompiutezza, un’altalena che alterna fiammate di classe a improvvise cadute di stile. Quando è chiamata a confermarsi, la squadra si sgonfia, vittima di uno stallo sistematico che sa di appagamento precoce e mancanza di fame. È un corto circuito che trasforma ogni ambizione in un’illusione, riportando a galla i vecchi limiti proprio quando servirebbe il colpo del K.O. per cambiare dimensione.

Mancano sei giornate alla fine e, al netto del valore degli avversari, l’unico vero freno a mano rimasto è rappresentato dai propri confini. Nient’altro. Lasciando Napoli, resta l’amara sensazione che la stagione si sia già fermata lì: in quel riflesso condizionato di chi non sa — o forse non vuole — fare il passo decisivo per diventare grande.

Matteo Bettoni

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