Molti di voi avranno sentito parlare di due giocatori slavi che hanno dominato l’NBA negli anni Novanta, uno nella Western Conference, l’altro nella Eastern: Vlade Divac e Drazen Petrovic.
Quello che forse non conoscevate era il legame di amicizia che li univa e che li ha portati ad essere così importanti nella massima Lega di basket mondiale.

Naturalmente i due ragazzi si incontrano per la prima volta sul parquet con la maglia della loro nazionale jugoslava e Vlade rimase stupefatto dal talento di Drazen perché in tutta la Jugoslavia si era sentito parlare di questo giovane prodigio di origini croate, ma nessuno aveva mai avuto la possibilità di vederlo, non era l’Europa di adesso, Internet non esisteva e l’unico modo per conoscere un giocatore era andare a vederlo con i propri occhi dal vivo, non attraverso qualche filmato di bassa qualità che si può trovare su YouTube.
La cosa strabiliante è che su quel parquet non c’erano solo loro due a fare magie ma dobbiamo ricordare anche i nomi di giocatori come Toni Kukoc: ala straordinaria che dovette sopperire al preventivo ritiro di Michael Jordan giocando 436 partite con i Chicago Bulls, tanto che la notte di Natale del 1993 Phil Jackson assegnò l’ultimo tiro a Kukoč e Scottie Pippen si rifiutò di rientrare in campo; Kukoč realizzò la tripla e i Bulls vinsero la partita. Fortunatamente MJ tornò a giocare un anno e mezzo dopo e Chicago conquistò altri tre titoli con Toni in campo. Oltre ai tre violini bisogna anche menzionare Dino Rađa, Žarko Paspalj Želmir Obradović e Velimir Perasović che furono fondamentali fuori ma soprattutto dentro al campo, contribuendo alle grandi vittorie di quella Jugoslavia.
Dopo le prime esperienze giovanili, dove stravincono quasi tutte le partite, approdano in nazionale A conquistando la medaglia d’oro al Mondiale del 1990 in Argentina battendo per 92 a 75 la superpotenza sovietica che non si aspettava questa sconfitta anche se sapeva delle potenzialità jugoslave, ritenendo gli avversari però ancora troppo giovani per poter vincere qualcosa di così importante.
Nel frattempo il rapporto fra Divac e Petrovic era arrivato ai massimi livelli e anche le loro carriere sportive erano decollate: entrambi erano stati draftati nel 1989, il primo dai Lakers mentre il secondo dai Portand Trail Blazers. Purtroppo le fortune dei due giocatori non sono le stesse, il “gigante buono” diventa sempre più importante nelle rotazioni losangeline mentre “il Mozart dei canestri” fa molta fatica a vedere il campo; è proprio in questo periodo che il loro rapporto si fortifica: Vlade chiama tutte le sere Drazen per dargli conforto e fargli capire che arriverà il suo momento e, quando arriverà, lui dimostrerà a tutto il mondo americano la sua bravura, dato che il pubblico europeo era già stato incantato a sufficienza dalle sue prodezze.
Una data fondamentale per la nostra storia è proprio quella della benedetta/maledetta finale giocata a Buenos Aires nel 1990.

Divac, Petrovic, Kukoc e tutti gli altri stanno esultando per il grandissimo risultato appena ottenuto e, a seguito di un invasione di campo dovuta ai festeggiamenti, un fanatico croato porge la bandiera del suo paese a Divac che la rigetta con tutte le buone intenzioni del mondo, dal momento che lui credeva nella nazione jugoslava e non voleva che quello stato si frammentasse in più parti come poi è accaduto.
Già, gli anni ’80 e ’90 sono pieni di continui conflitti fra le varie etnie che compongono la Jugoslavia: croati e serbi su tutti. Il problema nasce proprio qui, poiché i protagonisti della nostra storia sono uno croato-cattolico (Drazen) e l’altro serbo-ortodosso (Vlade). Il gesto di Divac nei confronti della bandiera croata viene frainteso da ambo le parti: in Croazia il giocatore dei Lakers diviene oggetto di odio per ovvi motivi, mentre in Serbia viene visto come un eroe nazionale, sperando che anche lui si schierasse per perorare la causa serba contro quella croata.
Ma cosa c’entra Drazen in tutto questo can-can mediatico? Il “Mozart dei canestri” credeva davvero tanto nella liberazione della sua Nazione e non poteva accettare che il suo migliore amico avesse rigettato in quel modo il simbolo più importante del suo Paese senza un motivo lecito che giustificasse il gesto, tranne che volesse preservare l’unità nazionale, come Divac ha ben spiegato nel documentario Once Brothers che racconta proprio del loro rapporto di amore e odio (e che vi invitiamo a guardare se ce ne fosse l’opportunità).
Dopo i primi momenti di grande incertezza, Petrovic decide di tagliare completamente i rapporti con Divac e ciò avviene proprio all’apice della sua carriera sportiva, trasferitosi da poco ai New Jersey Nets, dove aveva avuto quella tanto richiesta opportunità di ottenere il minutaggio adeguato per un fenomeno assoluto come aveva dimostrato di essere. Vlade lo chiama di continuo per scusarsi, per fargli capire che quel gesto non era contro la Croazia ma che semplicemente non era il momento adeguato per mettere in mezzo la politica. Drazen non si degna nemmeno di rispondergli. Petrovic non vuole sentir più parlare di lui e ogni volta che lo interrogano sul loro rapporto dà una e una sola risposta: “Una volta eravamo migliori amici, ma ora non lo siamo più”.

Il rammarico più grande per Vlade Divac è che non fu mai in grado di risanare il loro rapporto; bisogna usare il passato remoto perché Drazen morì il 7 giugno 1993 a soli 28 anni a seguito di un incidente stradale, accompagnato dalla fidanzata. Era stanco, decise di lasciare guidare la ragazza (quella che poi successivamente diventerà la signora Bierhoff) e di riposarsi. Purtroppo quello fu per lui un sonno eterno, perché non si risvegliò mai a causa del retro di un TIR che pose fine alla sua vita per sempre. Federico Buffa ricorda sempre che, per il carattere che aveva Drazen, quella notte non sarebbe successo nulla se fosse stato lui alla guida di quell’auto, ma il destino è beffardo e ha voluto che questo compositore di pallacanestro ci lasciasse in così giovane età.
Vlade rimase sconvolto da questa perdita perché non pensava che il suo migliore amico potesse lasciarlo così presto senza dargli il saluto di congedo eterno e senza nemmeno dargli la possibilità di essere perdonato per quel gesto tanto stupido quanto ingenuo che aveva portato alla rottura di una delle più belle e sincere amicizie che mai si sono viste all’interno del mondo dello sport; difficilmente due amici avranno la possibilità di diventare fratelli così come lo erano stati loro.
Per leggere la storia di Drazen Petrovic, raccontata da noi in Lyrical Wizardry, cliccate qui:
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