Dražen Petrović, una sinfonia interrotta-primo movimento: Preludio

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Vi racconto una storia di basket che proprio quest’anno ha raggiunto il ventesimo anniversario del suo epilogo: quella di Dražen Petrović . Non solo perché il Diavolo di Sebenico ha un posto speciale nel mio immaginario di appassionato di basket, ma soprattutto per la mole di cose che si potrebbero dire su di lui, interessanti sia dal lato umano che da quello sportivo;  e proprio a causa di questa pletora di dettagli che potrebbero essere, ho il timore- molto vicino alla certezza- di tralasciare qualcosa. Proverò ad essere il più dettagliato possibile, sperando di appassionarvi alla storia del grande campione europeo, uno dei pochi sportivi a trascendere i confini della propria disciplina, forse uno degli ultimi. La storia di snoderà lungo tre o quattro appuntamenti. Non posso che augurarvi buona lettura e scusarmi, nei confronti di chi verrà catturato dalla storia, per l’attesa per le altre puntate.

yao 8Il riccioluto nasce a Sebenico il 22 Ottobre del 1964, nell’allora Jugoslavia unita, dall’unione di Biserka e Jole Petrović. un famigliola tutto sommato tranquilla. Fin da piccol0 si nota subito un carattere davvero particolare, quella che oggi amiamo- con malcelata superbia- definire “persona strana”: non è molto incline alla socializzazione, decisamente testardo e si dimostra davvero cupo, anche un poco ossessivo(giusto un pelino, eh). Nel tempo limerà alcuni, ma  a scapito di questo suo carattere difficile, passa un’infanzia felice e pochi si accorgono della sua vera natura, talmente è pronto a dispensare un sorriso da concorso Miss Universo (falso, appunto) a chiunque. Il basket entra nella sua vita per caso, quando decide di provare a seguire le orme del fratello maggiore Aza:  nascerà una totale devozione per la palla spicchi. La testa di Dražen è costantemente volta al basket, è tutta la sua vita. Il campetto vicino casa Petrović diventa la metà agognata di ogni giornata per il giovane: gioca con gli altri ragazzi, spesso mescolandosi con i più grandi senza sfigurare, ma quello che ama maggiormente è rimanere da solo al campo e tirare. Da ogni posizione, sempre da maggiore distanza. E così via per 6 o 7 ore. All’ingresso nella sua prima squadra si fa subito consegnare le chiavi della palestra societaria e alle sei suona la sua sveglia, precisa, mai spenta per rimettersi a dormire: pantaloncini, canotta e scarpette ed è pronto per andare a prendere possesso del suo piccolo angolo di paradiso. Dražen trova il suo mantra e le sua realizzazione in quelle ore di solitudine. A quindici anni esordisce nella prima squadra del Šibenka. Non ci vorrà molto perché ne diventi il leader, guidandola anche ad una finale di coppa Korac contro i francesi del Limoges, purtroppo non vittoriosa;  e l’anno dopo Petro e compagni persero di nuovo in finale, ma per una squadra come il Šibenka era già un risultato oltre le aspettative. Sarebbe come per il Sassuolo arrivare in finale di Coppa Uefa, una magnifica favola sportiva, appunto. Il croato è un talento mai visto,  un’etica del lavoro radicatissima e una passione sconfinata; quella che in fin dei conti pare mancare a molti, anche in altri ambiti, anche se va detto che lui era sorretto da una testa- intesa come modo di pensare- fuori dal comune. A vent’anni si accasa ai campioni nazionali del Cibona Zagabria, dove ritrova il fratello Aza. E’ la consacrazione. L’impatto di Dražen è devastante.  Nel campionato Jugoslavo segna 43,3 punti a partita trascinando la squadra alla conferma del titolo nazionale. In una partita contro l’Union Oljimpia segna la bellezza di 112(!) punti. No, non vi prendo per il culo e non sono impazzito: dal campo segnò 40 dei 60 tiri tentati, 20 tiri da tre-la metà andata a segno-, e 22 su 22 dalla lunetta. Una mano fatata per un’impresa straordinaria di cui sfortunatamente non abbiamo immagini. Il Cibona che prima del suo arrivo aveva un record di 0-10 in Europa, dal suo arrivo si porterà a casa ben due Coppe dei Campioni. Ma il suo palmares negli anni della capitale, oltre alle due Coppe dei Campioni e a numerosi riconoscimenti internazionali, sarà composto anche da 4 titoli nazionali, 1 Coppa Saporta e 3 Coppe di Jugoslavia. Niente male, eh? Da far impallidire qualche habitué al collezionismo di premi come un tal Jack Nicholson (tre Oscar e sette Golden Globe) tanto per non distaccarci troppo dal basket, vista l’assidua presenza dell’attore allo Staples.  Tra una prestazione leggendaria e l’altra- posso ricordare per esempio i 51 punti e 10 assist(con “seven in a row”, sette triple in fila, nel primo quarto)  con cui si prende una bella “rivincita” contro il Limoges nel 1986, oppure i 45 punti e 25 assist contro la Simac campione d’Italia sempre nello stesso anno- il suo nome fa capolino negli States dove i Portland Trailblazers decidono di spendere la loro scelta al terzo giro per assicurarselo.

Durante questa ascesa sfavillante, è doveroso dare almeno uno sguardo ad un aspetto molto importante nella carriera di ogni giocatore, in particolare europeo: la nazionale. Prima di tutto vorrei segnalare che Petrović fece parte della mitica Jugoslavia di cui han fatto parte giocatori indimenticati come Владе Дивац. Non capite chi possa essere? E’ semplicemente la trascrizione in alfabeto cirillico del nome di Vlade Divac: non lo cito a caso perché la sua figura avrà grandissima rilevanza nella storia del nostro protagonista dal punto umano in quanto suo migliore amico.  Petrović era croato, Divac serbo. Tenetelo bene a mente, non è un particolare da poco. A noi per ora interessa che vennero messi in stanza assieme, poiché- a detta dell’allenatore- caratterialmente affini. E qui centrano poco le affinità elettive goethiane, anche se la struttura narrativa è simile. Infatti diverranno subito amici, si formerà appunto una gran bella coppia. L’epilogo non sarà altrettanto divertente.

cibona7Per il Mozart la nazionale era un punto focale, era mosso da un grande sentimento patriottico e soprattutto sentiva come un dovere partecipare e seguire la propria nazione tramite la propria carriera sportiva. Tenete a mente anche questo particolare, servirà. Dražen muove i primi passi col la casacca della Jugoslavia a 15 anni con la nazionale Juniores. Dopo un varie medaglie con le nazionali giovanili(tra cui due ori e un MVP dei giochi dei Balcani nel 1982), esordisce in nazionale maggiore agli Europei del 1983, vinti dall’Italia, dove il suo score recita 13,4 punti di media e la Jugoslavia arriva settima. Nel 1984 arriva l’esordio alle Olimpiadi ai giochi di Los Angeles. La Jugoslavia arriva terza e Petro segna 17.5 punti di media.  Al ritorno agli Europei, nel 1985, la sua vena realizzativa cresce considerevolmente fino ad arrivare a 25,1 di media, ma la Jugoslavia arriva appena settima.  Nel 1986 ai mondiali di Spagna, ricordati per l’ultimo Hitchcockiano minuto della semifinale contro l’URSS, è l’MVP e miglior marcatore a 25,2 punti di media, per la Jugoslavia arriva il bronzo.  Ali Europei  del 1987 segna oltre 22 punti confermandosi la miglior guardia tiratrice d’Europa. Arriva un altro frustrante terzo posto. La svolta arriva nei giochi olimpici di Seoul 1988: argento per la Jugoslavia e preludio, anche se a tinte fosche, per il dominio degli anni successivi. Dražen segna 18, 6 ppg,  1,4 rpg e 2,8 apg. Nel 1989 agli Europei e ai Mondiali del 1990, arrivano finalmente due ori consecutivi. Agli Europei è l’MVP della competizione: i punti di media sono ben 30(il massimo è 35 contro la Grecia). In questa lunga militanza la sua gara migliore resterà quella dei 47 punti contro l’Olanda ai Mondiali 1986. Le tinte fosche di cui parlavo si concretizzano qualche anno più tardi, con l’inizio della dolorosa e sanguinolenta scissione della Jugoslavia nel 1991. Ma questo per ora ha poca importanza per noi. Ancora lo ripeto perché è giusto martellare su questo punto, lasciarvi in sospeso, in un’attesa creata. Ai fini della storia, avrà grosse ripercussioni…

Petro domina dappertutto, perfino in Nazionale. In Europa gli manca solo un’ultima tappa, che non stenta ad arrivare. Nel 1988 passa alla leggendaria Real Madrid Baloncesto. Leggendaria è dir poco per una squadra che può vantare 30 titoli nazionali e 8 Coppe dei Campioni. E una squadra del genere cosa può offrire ad un giocatore del genere? Quattro milioni di dollari l’anno. Parliamo del 1988, ragazzi, e quella era una cifra esorbitante. Lui è stato il preludio agli stipendi di oggi: lui fu il primo vero Paperone del basket europeo, gli altri possono dirsi dei Rockerduck o al massimo dei Famedoro. Come preferite.

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Mattia Moretti

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