NBA Finals 2011, Game 2: Quando 15 punti svaniscono in un “Amen”

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NBA Finals 2011,GM 2+

8 giugno 2010. Un giorno che rimarrà scritto per sempre negli annali della NBA, un giorno che ha semplicemente cambiato la vita di uno dei talenti più grandi apparsi su di un campo da basket: LeBron James. ESPN manda in onda uno show, durante il quale “The Chosen One”, scelto nel 2003 dai Cavs, Rookie Of The Year, 2 volte MVP e titolare di statistiche e fisico sbalorditivi, annuncia che “porterà il suo talento a South Beach” (frase che rimarrà nella storia almeno quanto la data) e che quindi, insieme a Chris Bosh (ala grande scelta dai Raptors sempre in quel 2003) raggiungerà l’amico di una vita: Dwyane Wade, formando così il miglior trio della NBA, almeno sulla carta.

Wade ha già vinto nel 2006, e James, dopo aver portato a casa decine di premi personali, vorrebbe fare lo stesso. Tutto logico, non fosse per il semplice fatto che tutti e tre erano tra i primi 10 della lega . Secondo tanti una mossa fatta da ragazzini immaturi con modi e tempi sbagliati, che pur di vincere erano stati disposti ad unirsi con i principali rivali, eliminando così il vero valore della vittoria. Le critiche giungono da tutto il mondo del basket , continuano durante tutta l’estate e, mentre a Cleveland si bruciano le maglie del “Prescelto”, la stagione inizia.

Credo che, in quello stagione, LeBron James avrà pensato al suicidio almeno un paio di volte. Una stagione a tutti gli effetti devastante dal punto di vista umano con “The King” che venne ricoperto di critiche in ogni occasione: tiri decisivi sbagliati, tiri decisivi passati, poca professionalità, incapacità di vincere e di essere decisivo. In questo clima terrificante hanno luogo alcuni episodi che non fanno bene alla squadra:  LeBron e compagni dimostrano di essere un cantiere, perdendo gran parte delle prime partite, iniziando a rallentatore ed esprimendo un pessimo gioco offensivo; come se ciò non bastasse, nel momento peggiore Erik Spoelstra rivela in un post partita di aver visto alcuni ragazzi piangere negli spogliatoi, inutile scrivere della ferocissima reazione dei media e dei tifosi.

Impressionante la prova di forza dimostrata dagli Heat sui Bulls di Rose, incapaci di sfruttare il vantaggio iniziale arrivato in gara 1

Nonostante tutto LeBron e compagni raggiungono il 70% di vittorie durante la stagione regolare, finendo appena dietro a Bulls e Spurs.  “The King” sorprende tutti durante l’inizio dei playoff, con l’aiuto di Dwyane Wade e Chris Bosh asfalta non solo i 76ers, ma anche i ben più pericolosi Boston Celtics in sole cinque gare. A fare le spese della furia degli Heat nella finale di conference sono addirittura i Chicago Bulls, la squadra con il miglior record dell’intera NBA viene surclassata dai talenti di South Beach in solo cinque gare e LeBron può nuovamente, dopo lo sweep subito dagli Spurs nel 2007, giocare le Finals e competere fino in fondo per l’anello. Di fronte i Dallas Mavericks, non proprio un avversario imbattibile, il più classico dei “forti, ma non fortissimi”, anche perché i Miami Heat avevano stupito e azzittito quasi tutti durante il mese precedente. Fu subito chiaro a tutti che quella non sarebbe stata una finale qualunque: la rivincita del famoso 2006 (del quale in futuro sicuramente parleremo), la prima chance dei Big Three (ultima, se non ultimissa per LeBron dopo le varie dichiarazioni e gesti), le parole e le frecciatine di Mark Cuban, il momento stratosferico del tedescone in maglia blu, troppo per essere una normale finale.

Finalmente siamo arrivati a queste Finals, scusateci, ma era dovuto parlare del post “The Decision” e quindi del pre-Finals 2011. La critica sembra per la prima volta dopo l’8 giugno dell’anno precedente essere meno sicura dei propri mezzi, e LeBron sembra determinato a zittirla una volta per tutte. A confermare questa sensazione è la prima gara della serie, partita equilibrata per due quarti, poi gli Heat iniziano a prevalere in maniera sensibile, fino agli ultimi minuti, quando Wade e James, grazie a varie giocate dettate da potenza fisica e atletismo, mettono la freccia e portano a casa la prima vittoria.

La seconda gara, quella su cui vale la pena soffermarsi si  gioca due giorni dopo, sempre a South Beach, ma con meccanismi differenti, con quella vittoria ottenuta nel finale di gara-1, LeBron avrebbe potuto ribaltare la situazione a suo favore, e cambiare tutto , fosse stato per lui, lo avrebbe fatto…  Ma ancora doveva fare i conti con gli uomini di Mark Cuban e Rick Carlisle, o meglio, con l’uomo pupillo dei due: Dirk Nowitzki che nonostante una lacerazione ai tendini del dito medio sinistro, non aveva la minima idea di rimanere fermo a guardare “The King” e “Flash” conquistare un’altra vittoria.

Il copione è molto simile a quello del primo episodio, un primo quarto durante il quale Wade inizia a far capire che tipo di partita ha intenzione di giocare, prende in mano la squadra e gioca intelligentemente, dall’altro lato Nowitkzi inizia cauto e lascia il posto a Marion e Stevenson. Secondo quarto guidato da un solo uomo: Dwyane prende in mano squadra e partita, difende e corre, ma non basta, l’apporto di LeBron è medio-basso, Bosh è quasi nullo, il supporting-cast fallisce e la tensione in campo sale a dismisura. Con una tripla proprio del ragazzo di Chicago, i Miami Heat pareggiano e vanno negli spogliatoi convinti di poter e dover esprimere un basket migliore.

Clamorosa l'intensità della gara, soprattutto nel secondo tempo, con Miami che sfrutta la fisicità di James e Wade per fiondarsi su ogni palla vagante
Clamorosa l’intensità della gara, soprattutto nel secondo tempo, con gli Heat che sfruttano la fisicità di James e Wade per fiondarsi su ogni palla vagante

La squadra di Pat Riley scende in campo nel secondo tempo con una faccia diversa, inizia il terzo quarto con tre palle rubate seguite da altrettanti contropiedi scintillanti chiusi con delle schiacciate o dei semplici appoggi e nonostante la determinazione di Marion si affacciano più di una volta alla doppia cifra di vantaggio. In qualche modo i Mavericks reagiscono e resistono ma si vede nettamente che i Miami Heat stanno avendo la meglio, difendono in un modo straordinario e se solo in attacco Bosh avesse segnato la metà di tutti i tiri presi nel pitturato probabilmente oggi parleremo in modo diverso di questa partita, un quarto di livello altissimo per Miami, soprattutto dal punto di vista difensivo dove l’apporto di Joel Anthony è essenziale, in attacco arrivano una valanga di punti in contropiede e di giocate talentuose del #6 e del #3 che però non bastano a indirizzare la partita nel modo giusto, il fade away di Jason Terry regala il -4 ai suoi, è solo un antipasto di quello che la guardia oggi ai Nets e WunderDirk regaleranno ai tifosi durante l’ultimo quarto.

L’inizio dell’ultimo quarto è identico in tutto e per tutto al quarto precedente, gli Heat hanno più energia, corrono e segnano tanto in contropiede e, grazie ad un nuovo Bosh (che gioca una manciata di minuti di altissimo livello), autore di una schiacciata su rimbalzo offensivo e di una palla rubata fondamentale, iniziano a far crescere il loro vantaggio. Un Wade perfetto manda a referto altri tre punti grazie ad una tripla dall’angolo preceduta da una transizione gestita in modo favoloso. Mancano solo 7 minuti e spiccioli, Wade segna quella tripla che vale il più quindici e dopo tre quarti abbondanti di gioco il numero 3 sente l’odore del sangue avversario. Dwyane nei secondi successivi farà un errore gravissimo, vedendo (giustamente) la vittoria all’orizzonte si ferma nell’angolo da dove, pochi istanti prima, aveva rilasciato quella palla pesantissima, alza le braccia al cielo, rimane immobile per alcuni secondi godendosi l’urlo della Triple A Arena, guarda per un attimo la panchina dei Mavericks con aria di sfida, di vittoria e, forse, con un pizzico di superiorità. Mancano 7:14 alla fine della partita, il tabellone segna 88-73 e, dopo quella tripla, i Mavs avrebbero dovuto accusare il colpo, un astuto Rick Carlisle chiama un timeout che si rivelerà la mossa vincente, non della partita, ma dell’intera serie.

I tifosi respiravano aria di vittoria, il 2-0 era vicino, e con esso si avvicinava enormemente anche l’anello per LeBron e Dwyane. Dopo quel timeout però qualcosa cambiò: Dirk tornò in campo con una strana espressione, Terry (che era in panchina al momento del gesto di Wade) risultò carico a mille, Kidd, Chandler e Marion continuarono la loro partita silenziosa, fatta di piccoli dettagli decisivi per ogni singola giocata. I Mavs danno tutti loro stessi in uscita dal timeout e riducono lo svantaggio a meno di 10 punti quando mancano 4 minuti alla sirena finale. Da li in poi la prende in mano Nowitki, nonostante il tendine del medio sinistro fosse in condizioni pessime, il tedesco non sbaglia nulla. Palla in isolamento, scarico e tripla di Kidd. Difesa intensa che costringe gli Heat ad un pessimo attacco, palleggio-arresto-tiro del “Jet” che vale il meno 4. Sembrava impossibile, ma i Mavs stavano per farcela e ormai l’inerzia era tutta dalla loro parte. Gli Heat non segnavano da minuti interi, il loro attacco non funzionava e nonostante Wade e James provassero ripetutamente a prendere il controllo delle operazioni, la situazione era sfuggita di mano, e recuperarla era alquanto difficile.

La tripla del provvisorio vantaggio Dallas, scagliata da Nowitzki
La tripla del provvisorio vantaggio Dallas, scagliata da Nowitzki a poco più di 28 secondi dal termine

Un minuto e spiccioli dalla fine, ennesimo pessimo attacco dei Miami Heat, James tira da tre senza ritmo, sbaglia e regala a Terry la possibilità di innestare il contropiede, che verrà chiuso da Dirk con un facile e fondamentale appoggio che varrà il pareggio a quota 90. Vi ricordate il timeout a 7:13 dalla fine con il tabellone che segnava 88-73? Beh, LeBron se lo era già scordato. L’ultimo minuto di quella partita rimarrà negli annali dello sport, se mai qualcuno vi chiederà di spiegare cos’è il basket secondo voi, fate vedere l’ultimo minuto di questa sfida, il resto lo capirà da solo. Dopo un altro povero attacco, Wade si prende sulle spalle la squadra e spara ancora una volta da tre senza ritmo, ovviamente il punteggio non cambia. Dall’altro lato i Mavs fanno tutto il contrario degli Heat, Dirk esce da un buonissimo blocco di Chandler, riceve da Terry e spara una tripla che sa di epico: la tripla del più tre.

Ora la partita è nelle mani dei Mavs e, giustamente, tocca a loro dare una chance di tornare in partita ai Miami Heat. Ringraziano dei pessimi attacchi effettuati negli ultimi 7 minuti e sbagliano il cambio sulla rimessa, James serve Chalmers nell’angolo che mantiene il sangue freddo e con parecchi metri di vantaggio manda a bersaglio la tripla del pareggio (raggiungendo e superando l’intero fatturato dei Miami Heat dopo quel famoso timeout).  Purtroppo per loro però, i Big Three, dovevano ancora difendere su WunderDirk che in completa trans agonistica e con il dolore al medio dimenticato non aveva dubbi: voleva prendere l’ultimo tiro. Esce nuovamente dal blocco, riceve… 10 secondi. Fronteggia, parte in palleggio, virata di altissima qualità, ma Bosh rimane basso e lo ferma… 6 secondi. Nowitzki non si arrende, ritenta, e di forza supera Bosh appoggiando di sinistro (ma non aveva i tendini lacerati?) il canestro che vale il 95-93 finale, quindi pareggio nella serie sull’ 1-1, un pareggio che vale molto più di quello che sembra, quel timeout e quei secondi cambiarono la storia della finale. I Mavs ottenendo quella vittoria non solo tornavano a casa senza aver subito danni, ora infatti, avevano inerzia e media dalla loro parte, e mettevano maggior pressione a LeBron James e i Big Three di Miami, ribaltando totalmente la situazione di alcune ore prima.

Dopo tanti rischi, i Mavs persero gara 3, che coincise anche con la loro ultima sconfitta stagionale. Combattendo, affidandosi a Dirk e Terry e cercando di limitare i talenti avversari, riuscirono a strappare le ultime tre gare della serie, togliendo dalle mani di LeBron l’anello che sembrava già suo giorni prima, quando il tabellone segnava 88-73 con 7:13 da giocare.

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