Larry Bird: il simbolo dell’onnipotenza

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Chicago, 1988.

“Testa o croce?”

“Per me è indifferente”

“Io voglio tirare per secondo perché quando vincerò sarà più bello che la gara finisca lì. Dopo il mio ultimo tiro”

bird tiroChi pronuncia l’ultima frase è il protagonista della nostra storia. Non ha bisogno di presentazioni. Il giocatore bianco più forte di sempre. E’ impegnato in una conversazione a tre con Dick Bavetta e Dale Ellis.  Siamo alle battute conclusive del Three-point Shootout. Bird ed Ellis sono arrivati in finale. Stanno tirando a sorte per chi inizia per primo. La stessa sorte che, non a caso, decide che Ellis è il primo a tirare. Non è un gara dei tre punti come le altre. Qualora Bird vincesse riuscirebbe nell’impresa mai riuscita a nessuno: vincere il Three-point Shootout per tre anni consecutivi.

Il primo, nel 1986, lo vinse negli spogliatoi. Entrò nella locker rom e guardandosi intorno esclamò:

“I’m just looking around to see who’s gonna finish up second”.

Semplicemente stava solo dando un’occhiata in giro per vedere chi sarebbe arrivato secondo. Quest’anno però è più complicata del previsto. Ellis è un ottimo tiratore e, in stagione ha tirato dal campo con percentuali notevoli.

Dale Ellis, l'antagonista di Bird in quella gara dei tre punti.
Dale Ellis, l’antagonista di Bird in quella gara dei tre punti.

Dale Ellis parte benissimo. 7/10 con i primi due carrelli. Perderà precisione al tiro negli ultimi due. Finirà la sua performance con 15 punti. Quando Bird entra sul parquet il palazzetto ribolle. Siamo a Chicago, ma tutti fanno il tifo per il più grande giocatore bianco. Larry comincia malissimo, 5/15  con tre carrelli. Lo United Center piomba in un silenzio irreale. Non può farcela.

Quarto carrello. Uno dopo l’altro entrano tutti e cinque. Arriva al quinto. Ha bisogno di 3 canestri per vincere. Come in una sceneggiatura già scritta sbaglia i primi due. Il terzo. Dentro. Il quarto. Dentro. Ora sono pari.

Larry Bird scaglia l’ultimo pallone. Appena partito, alza il dito verso il cielo e corre verso il centro del campo. Con il dito verso il cielo lo si sentirà gridare “I’m the great one”. Con il dito verso il cielo, solo ora, si sentirà il “ciaf” della retina. In un delirio di onnipotenza totale. Allo United Center che non sa neanche come esultare per il rispetto che nutre nei confronti di questo straordinario giocatore.

All’intervista di rito, interpellato del perché di quel dito al cielo. Risponderà:

“Non ho vinto per me, il basket me l’ha chiesto, ero convinto che quel pallone entrasse, sono il più forte, dovevo vincere io.”

La plebe è tumultuante per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero.

 

 

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