Non poteva andare diversamente

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L’NBA è un business.

Questa è la prima regola che insegnano ai rookie e molto probabilmente è anche l’unica che sarebbe bene ricordare.

Io non faccio il tifo per i paragoni con il calcio, soprattutto quando si parla di “bandiere”: certo anche nella NBA esistono questo tipo di giocatori e quando lo dico penso ai vari Nowitzki, Duncan… Ma è proprio il concetto di bandiera che è diverso tra noi e loro, quelli aldilà dell’oceano.

Ieri si è conclusa una delle prime trade di questa sessione di mercato estivo, che ha visto partire Derrick Rose. Nato a Chicago, cresciuto a Chicago e diventato Chicago, perché già a partire dalla sua stagione da rookie Rose ha metaforicamente incarnato tutti i 3 milioni di abitanti che vivono nella Windy City.

635512573826528569-2014-11-10-Derrick-Rose1Non ci sono mai stati dubbi: i tifosi si sono innamorati di un giocatore emotivamente invisibile, un duro lavoratore che aveva il solo scopo di vincere e di farlo per la sua gente, per la sua città. Il paragone con Michael Jordan è da subito stato inevitabile: primo giocatore dopo MJ a vincere il premio di Rookie of the Year in maglia Bulls, il primo a partire in quintetto all’All Star Game, il primo a vincere il premio di MVP.

Non credo di esagerare dicendo che probabilmente l’impatto emotivo che ha avuto Rose sia stato uguale se non maggiore a quello MJ, perché dalla sua, il numero #1 dei Bulls aveva per l’appunto la “cittadinanza” che lo accomunava ai tifosi dei tori. Una stagione più incredibile dell’altra dal suo avvento nella Lega, a livello personale (16.8, 20.8 e 25 punti di media nelle prime tre stagioni, quando ha saltato appena 6 partite), ma anche a livello corale, con la squadra che si era saldamente insediata ai vertici della Eastern Conference, fino a diventare l’unica valida alternativa ai Big Three di Miami, una squadra costruita per vincere e che sostanzialmente, fino a quando è esistita, ha quasi solo vinto (quattro finali NBA in quattro anni).

Con l’avvento della stagione 2011/2012, quella post premio di MVP dopo aver vinto la bellezza di 62 partite ed essere usciti dai Playoffs solo in finale di Conference contro gli Heat, eravamo tutti pronti a pregustarci la definitiva consacrazione dei Bulls di Noah, Boozer e Rose appunto: ma purtroppo per gli dei del basket non era il momento.

Dopo aver saltato la bellezza di 43 partite per infortunio, Derrick si rompe il crociato al primo turno di Playoffs contro i Philadelphia 76ers: i Bulls perdono 4-1 la serie e comincia il declino. Sinceramente credo di non aver mai visto una comunità muoversi per un giocatore come quanto fatto dai tifosi di Chicago. E’ ormai celebre il video elaborato dalla Adidas, caratterizzato dallo slogan #thereturn: perché è realmente così che sono andate le cose, un’intera città si è fermata, ha trattenuto il fiato guardando le immagini di quell’infortunio. Donne, bambini, anziani. Tutti. E la carica che trasmette questo spot commerciale, sinceramente, non l’ho mai più riprovata con nessun altro video.

Purtroppo il suo ritorno non è stato né travolgente né fortunato, perché gli infortuni non hanno mai smesso di perseguitarlo: Rose ha saltato, andando per ordine, 82 partite nella stagione 2012-2013, 72 in quella successiva e “solamente” 31 nel 2014-2015. La gente non lo ha mai abbandonato, non ha mai smesso di fare il tifo per il suo beniamino.

Però, come già detto all’inizio, le squadre non le fanno i tifosi, le squadre non si fanno con il cuore, molto semplicemente perché non vinci un anello con le simpatie e in casa Bulls si è iniziato a lavorare per “rimpiazzare” Rose: prima l’esplosione di Jimmy Butler, diventato anno dopo anno il miglior giocatore della squadra. Poi si è arrivati a ieri: al termine di una stagione a chiusa a 16.4 punti e 4.7 assist di media in 66 partite (il massimo dalla stagione 2010-2011) si è iniziato a parlare di soldi, perché il ricco contratto quinquennale da 94.8 milioni di dollari firmato nel 2012 si avvicinava alla scadenza e c’era la necessità di prendere una decisione.

Derrick RoseLa volontà da entrambe le parti di rinnovare c’era eccome, ma non si riusciva a trovare un punto d’incontro. Era impossibile andare avanti: Rose voleva mantenere grosso modo le stesse cifre, ma dopo questa stagione, conclusasi con l’esclusione dalla post-season, è arrivato il momento di rivalutare le scelte prese finora e Gar Forman, GM dei Bulls, ha ritenuto non indispensabile il rinnovo dell’ex MVP. Comprensibile, comprensibile questa scelta per quanto ci si possa essere innamorati di Rose dal momento in cui ha indossato il cappellino dei Bulls al Draft e averlo visto affermarsi al primo turno di Playoffs nel 2009 contro i Boston Celtics di Allen, Pierce e Garnett. Lo abbiamo visto dimostrare di essere uno dei migliori in circolazione con il premio di MVP della regular season e lo abbiamo visto lottare fino all’ultimo sangue contro LeBron James.

Però è giusto così, perché ad oggi la sua condizione fisica è fragile, troppo fragile per poter fare affidamento su un giocatore che, cifre alla mano, occupava un max contract nei registri contabili dei Bulls e che andava rinnovato la prossima estate: non sarebbe stato peggio dover leggere sui social di baruffe tra lui e il GM per questo rinnovo? Non si sarebbe spezzato l’incantesimo, secondo voi? I tifosi avrebbero appoggiato la dirigenza e avrebbero inseguito oggettivamente il bene della squadra? Mai.

Perché se sei tifoso dei Bulls e hai visto almeno una volta giocare Derrick Rose con la canotta numero #1, sai benissimo che non puoi fare ragionamenti, calcoli o supposizioni. Mai. Sai solo che il cuore ti batterà a più non posso.

Grazie di tutto, Derrick.

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