Derrick, mi sei mancato!

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Ore 05.00 circa. McDonald’s. Post festa di Halloween noiosa in una delle tante discoteche milanesi dove ci sono più persone che metri quadri calpestabili. Diluvio universale. Insomma, classica serata da dimenticare.
Sono in fila per pagare le mie patatine e la mia Coca Cola quando sento vibrare il telefono. Il primo pensiero è: “Ma chi rompe le balle a quest’ora?”. Notifica dell’app NBA. Dico tra me e me: “Chi ne ha fatti 50 questa volta?”. Sblocco il cellulare e leggo una frase del genere: IMPRESSIVE! Derrick Rose scores career-high 50 points for Timberwolves”. Lì per lì mi metto a ridere, credo di aver sbagliato ad interpretare la notifica. Allora ci clicco sopra e leggo l’articolo completo. Oh, è vero. La reazione è stata un misto tra mettermi ad urlare – ma alle 05.00 in un McDonald’s avrebbe voluto dire finire diritto in qualche carcere della zona – e commuoversi. Ho scelto la reazione meno mascolina ma più indolore. Eppure non sono scese lacrime, mi sono tenuto tutto dentro, come quando ho letto della prima operazione, della seconda e della terza. Come quando ho letto che nel giro di pochi anni Rose avrebbe voluto ritirasi per fare il padre a tempo pieno. Perché certi momenti, certe sensazioni, vanno vissuti interiormente.

Penso di essere uno dei pochi uomini che è tifoso dei Chicago Bulls per Derrick Rose e non per Michael Jordan, ma la mia carta d’identità dimostra che quando MJ dominava la Lega, io andavo ancora all’asilo.
Non c’è un vero motivo sul perché Rose è riuscito a stregarmi sin da subito: forse perché essere profeta in patria è molto più difficile, oppure perché è stato il più giovane MVP di sempre. Forse tutto questo insieme. Ma sicuramente per il suo modo di giocare: queste sue penetrazioni fulminee tra le maglie della difesa avversaria mi hanno sempre fatto impazzire.Alla prima operazione ho pensato fosse un incidente di percorso, alla secondo ho creduto fosse solo sfortuna, ma alla terza ho implorato gli Dei del basket di smetterla perché questo ragazzo non si merita di soffrire così tanto. Chissà cosa sarebbe potuto diventare se non fosse stato di cristallo. Chissà.

Oggi però è il momento di parlare della sua risurrezione. Perché uno che decide di non arrendersi dopo tre interventi di questa entità merita di risorgere. E spero con tutto me stesso che questo non sia solo un periodo d’oro, ma sia il preludio al ritorno definitivo di quello che sarebbe potuto diventare – e che lo è stato per troppo poco tempo – uno dei migliori giocatori dell’intera NBA.
Quel cinquantello non sembra un fuoco di paglia perché anche questa notte ha predicato pallacanestro: 31 punti con 7 su 9 da dietro l’arco, record di franchigia per i Minnesota Timberwolves. Su questo ha dovuto lavorare molto perché, anche ai tempi d’oro, ormai 7 anni fa, il tiro da tre era il suo tallone d’Achille. Infatti molti giornalisti americani, che lo seguono da quando era all’high school, sono rimasti impressionati fino ad un certo punto dai 50 punti, ma sono rimasti davvero molto colpiti dalle 7 bombe trasformate, ma anche dalle 9 tentate, visto che ha sempre preferito provare un’accelerazione ad una tripla. Forse i tanti infortuni l’hanno obbligato a questo cambiamento del suo gioco.

Adesso però Derrick non tornare a farci piangere, continua a farci gioire, perché davvero non puoi capire quanto mi e ci sei mancato.

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