Dražen Petrović: la solitudine di un’ossessione

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Certe storie percorrono strade simili. Magari in momenti e contesti storici differenti. Ma si fondano su basi identiche. La difficoltà è insita nella ricerca del denominatore o denominatori comuni. Le vite straordinarie di Bobby Fischer e Dražen Petrović sono caratterizzate da tre di questi denominatori. Mozart, ossessione e solitudine.

Se non avete mai sentito la Sinfonia n°25 di Mozart il mio consiglio è di farlo immediatamente. Tale composizione, colonna sonora del film Amadeus e presente in Romeo e Giulietta, è talmente coinvolgente da impedire qualsiasi altra cosa. Scrivere, leggere o semplicemente cucinare risulta difficilissimo. Ogni parte del nostro corpo verrà catturata da una delle sinfonie più famose di Wolfgang Amadeus Mozart.

La nostra storia inizia così, a Chicago, nel 1960. Un vecchio giradischi sta suonando questa composizione a tutto volume. Il ragazzo nella stanza sta giocando a scacchi in perfetta solitudine. Bobby ha 18 anni. L’anno prima si è laureato campione nazionale statunitense del gioco degli scacchi. A soli 17 anni. Niente di strano, a 6 anni ha imparato il gioco in tutte le sue sfumature e a 16 è arrivato fino alla finale dello stesso torneo nazionale, vinto poi l’anno successivo.

Perché Mozart? Semplice, per lavorare sulla concentrazione Bobby mette la sua sinfonia preferita, curandosi di non ascoltare neanche una nota. Deve ragionare solo sugli scacchi.

Nel 1989 invece un ragazzo di nome Dražen ha appena realizzato 62 punti nella finale di Coppa delle Coppe, vinta, contro la Snaidero Caserta. Petrović, quell’anno, incanta nel Real Madrid. Più che incantare, insegna pallacanestro.

Perché Mozart? Il soprannome di Dražen èil Mozart dei canestri”. Perché ha un rilascio della palla a dir poco straordinario, perché vederlo giocare appaga anima e corpo. Ma soprattuto perché non puoi che guardare lui. Ti ruba l’occhio, da subito. Non importa il risultato, il desiderio è che giochi per sempre.

1991. New Jersey. Ore 5 del mattino. Il campo di allenamento dei Nets è chiuso. Non per tutti. Dražen ha le chiavi del campo. Entra ed esce quando vuole. E’ ossessionato dallo sport. Ha come obiettivo costante quello di migliorare la sua tecnica di tiro. Per questo non esistono feste, non esistono amici. Non esiste nient’altro. Solo la pallacanestro.

Si allena anche per otto ore al giorno. Un’ ossessione. La stessa che accompagna Fischer alle 4 del mattino nella sua casa a Chicago. Un sabato sera. Non importa, ha vent’anni. Non importa. L’unica cosa che conta sono gli scacchi. Solo in questo modo è possibile prendere sonno. L’unico modo per dar da mangiare a quel cervello. Il cervello di uno tra i dieci uomini più intelligenti di sempre.

1992. Houston. La solitudine. I giocatori europei, che militavano in NBA, in quegli anni si contano sulle dita di una mano. Petrović è da solo. Solo, contro chi è convinto che non farà bene. I Nets quella sera giocano contro i Rockets una partita della stagione regolare. Dražen non aveva convinto a Portland l’anno prima. Maxwell, guardia degli Houston Rockets, rincara la dose dichiarando  nel pre-partita:

“Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il c..o”.

Invece era già nato. Anni prima a Sebenico. Petrović realizza 42 punti. Tutti in faccia a Maxwell. Uno dopo l’altro. Sfidandolo in uno contro uno. Tirandogli in faccia una tripla dopo l’altra.

La sindrome di Aspenger. Così gli psicologi hanno provato a descrivere in poche parole la vita di Fischer. La solitudine sotto forma di autismo. La necessità di vivere solo per gli scacchi. Sempre da solo. Senza nessuno.

Due storie parallele, ma che ogni tanto si incontrano più di quello che in realtà è possibile pensare. Non so deve siano adesso, ma li immagino da soli, davanti ad un canestro e dietro una scacchiera.

Se un uomo non ha ancora scoperto qualcosa per cui morire non ha ancora iniziato a vivere.

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