Gilbert Arenas: padrone della propria fine

Oltre il Canestro Rubriche

Yeveran, 1920.

“Non andare via… ti prego”

Serj e Venia si erano innamorati sei anni prima, a Yerevan.  Yerevan è una città costruita sulle tratte mercantili tra Europa e India, a lungo contesa da Persia e Impero Ottomano. Serj è il figlio di quel contenzioso. Ha un sogno, ma rischia di non poterlo mai realizzare. Le deportazioni dei giovani armeni da parte dell’Impero Ottomano raggiungono il loro picco più alto.

Serj è armeno, ha 34 anni ed è un ballerino. Venia è turca, ha 32 anni e lavora come avvocato in uno dei più grandi studi, turchi, a Yerevan.

Un amore difficile, soprattutto in quegli anni. Un amore sincero, nato all’Opera. Venia sedeva in prima fila. Serj era un ballerino della compagnia che metteva in scena il Don Chisciotte.  Un amore travolgente, che non ha mai smesso di unirli fino ad oggi.

Serj viene deportato. Messo su un treno. Venia sta per smettere di respirare. Lì, sulla banchina. Le mani dei due si incontrano sul finestrino del treno. Il freddo del vetro rappresenta perfettamente la distanza tra i due. Inevitabile. Come il loro amore. Serj sa che da lì a poco morirà, è troppo intelligente per non capirlo. Venia sa che è già morta. Le porte si chiudono. Il freddo del finestrino aumenta ancora di più quando il treno inizia il suo inesorabile viaggio.

California, 2000.

“Non potrai mai essere un giocatore di basket”

Chi non crede in te può ucciderti, mandarti al tappeto per non farti rialzare più, rompere ogni piolo della scala che stai salendo. Quando la prima persona a pensare che tu non valga nulla è tuo padre allora la scalata verso i tuoi sogni è ancora più difficileLo sa bene Gilbert Arenas poiché ogni giorno suo papà non dimenticava mai di ricordargli quanto non potesse giocare a quello sport che “Agent Zero” amava da morire.

Un amore sincero, sbocciato sin dai primi anni di vita. Un amore così travolgente da farti combattere contro i mulini a vento. Un amore difficile, che ti costringe a pensare esista solo per te.

Yeveren, 1923.

Sono passati tre anni da quel treno, da quella banchina, dal freddo di quel vetro. Serj non è morto, ma è come se lo fosse. E’ un ballerino della compagnia “Ballerini Russi”. Una prigionia diversa, che ti permette di respirare ma non di vivere. Nessun contatto con il mondo esterno. E’ un’attrazione per i ricchi, un animale perfettamente ammaestrato. Venia non ha mai avuto notizie di Serj. Ha rispettato le sue volontà.

“Da adesso in poi io sono morto, non cercarmi, vivi la tua vita”.

Venia è in prima fila. Almeno una volta a settimana cercava per tutta Yerevan una compagnia che proponesse il Don Chisciotte. Il suo modo per pensare a Serj. Il suo modo per sentirlo ancora vivo. Un tuffo al cuore. Quando Serj vede Venia in prima fila si getta giù dal palco senza pensarci. Lei rimane seduta per paura di svenire. Lui si inginocchia e la bacia. Un coltello trafigge Serj nella schiena. Il freddo della lama è lo stesso del vetro del treno. Serj muore tra le braccia di Venia.

Sapeva che sarebbe morto. Sapeva che tutto sarebbe finito in quell’istante. L’istante più bello della sua vita. Il momento in cui ha potuto rivedere il sorriso di Venia. Serj è morto per l’unica donna che abbia mai amato, vittima di un sistema più grande di lui.

Washington, 2010.

Gilbert Arenas

Il sogno di Gilbert si è finalmente realizzatoGioca con regolarità nei Wizards e viaggia ad una media di punti spaventosa. Realizza canestri di fattura straordinaria come quello contro i Jazz, 5” alla fine della partita con la squadra di Utah sopra di due. Gilbert ha la palla in mano e sfida Williams dal palleggio. Jumper da dietro l’arco con esultanza a braccia larghe prima che la palla tocchi la retina.  Non c’è nient’altro da dire: è “Agent Zero”.

Non il freddo di un coltello ma quello di una pistola cancelleranno la carriera di Gilbert. Una pistola tirata fuori per una banale lite negli spogliatoi, un ferro che lo bandirà dall’NBA per non farlo tornare più. I sogni che si realizzano sono effimeri come quelli di cui fantastichiamo guardando le nuvole. “Agent Zero” decise di porre fine ai suoi sogni smettendo di combattere.

Amare è lottare ogni giorno per quello in cui crediamo. Amare è pronunciare ogni parola come se fosse l’ultima. Amare è sperare che una foglia non cada a terra e rovini tutto.

Vidi cadere una foglia un giorno, cadde staccandosi con veemenza dall’albero di cui era parte integrante, quasi come fosse stata strappata. Poi fece dei giri immensi, roteò tre o quattro volte per poi girare vorticosamente su stessa cinque, sei, fino a dieci volte. Cadde a terra con forza, quasi facendo rumore.

Ognuno di noi è padrone della propria fine… Anche una foglia.

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