Ray Allen e Sigmund Freud: l’incoscienza del ritorno

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Ray-Allen

Marzo 1900. Londra.

Un ragazzotto alto e magro è seduto nella sala d’aspetto dello studio di un famoso psicologo. La segretaria che gli ha gentilmente chiesto di sedersi ed aspettare il suo turno lo guarda incuriosita, quasi spaventata. Il ragazzo è alto quasi due metri ed indossa un cappuccio che nasconde completamente gli occhi. Si è rivolto a lei con modi gentili ma in una lingua che ricorda quella inglese ma completamente storpiata in ogni sua parola.

“Devo parlare con il dottore. Una questione di vita o di morte”

Con queste parole quel ragazzo dall’accento mai sentito prima aveva cercato di entrare dallo psicologo più famoso ma era stato bloccato dalla segretaria che, abituata alla visione di tipi quantomeno strambi, non si era fatta intimorire. Ma questo è strano per davvero, dice non dormire la notte, di avere dubbi sulla sua vita e che il suo sport non è il golf ma che adesso è l’unica cosa che pensa di dover o poter fare.

Passati dieci interminabili minuti la porta dello studio si apre proprio davanti alla sala d’attesa. La giovane segretaria corre verso il dottore e si avvicina al suo orecchio:

“Dottor Freud, una persona chiede di lei in sala, è disposta a pagare qualsiasi cifra pur di avere il suo consiglio”

Sigmund Freud, non sembra assolutamente spiazzato dalla frase appena sentita e con il tono di voce di chi non deve mantenere un segreto esclama:

“Qual è in nome di codesta persona che ha così tanta premura di ascoltare i miei consigli?”

Dalla sala d’attesa due parole scuotono l’aria con la morbidezza di un coltello tremendamente affilato.

“Mi chiamo Ray Allen, ho bisogno di parlare con lei”

In un paradossale quanto affascinante viaggio nel tempo il tiratore più famoso dell’ NBA è sdraiato sul divano del dottore in psichiatria che ha completamente rivoluzionato la concezione di psicologia andando a studiare quello che le persone non dicono. Freud ha basato la sua vita cercando di interpretare l’inconscio, l’iterazione nascosta tra gli individui,  la rappresentazione simbolica dei processi reali. In una parola: i sogni.

Ray Allen adesso non sogna, perché non riesce a dormire. Sembra abbia preso la decisione più netta e quindi più dolorosa. Smettere con la pallacanestro giocata ad alti livelli, farla finita con le triple, con i canestri impossibili all’ultimo secondo. Non vivere più l’emozione delle cinque ore di riscaldamento prima della partita, delle parabole infinite che assaporavano la retina con quel retrogusto di perfezione che solo Allen sapeva aggiungere.

“Perché non provi a vincere un titolo, vai a giocare con i Cavs?”

Diretto e senza fronzoli il dottor Freud rompe immediatamente il ghiaccio.

“Dovrei fare il comprimario? Fare il tifo per i ragazzi come fa Mike Miller? Sperare in 10 minuti con  tre triple sperando che entrino e riesca così a terminare la mia giornata al lavoro?”

Il dottore scrive su un taccuino senza levare gli occhi dal suo stravagante paziente, pronto a sferrare il suo prossimo attacco.

“Allora perché non con gli Atlanta Hawks? Giocano un basket divertente e poi sarebbe un ritorno straordinario non credi?  Non mi dirai che ti piace giocare a golf?

Ray si alza in piedi ferito dalle parole ficcanti del dottore e scappa via da dove era venuto.  Freud scrive altre due frasi sul suo libercolo, prende un fascicolo dalla libreria e chiama a gran voce la sua segretaria:

“Apri un fascicolo su Ray Allen”

“Ma è scappato via correndo”

“Tornerà, te lo assicuro, tornerà…”

Freud ripone la penna nel taschino, un sorriso nasconde un’immensa felicità

“Gli uomini sognano più il ritorno che la partenza.” cit. Paolo Coelho

Forza Ray. Torna.

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