Reggie Miller: la vita è come una scatola di cioccolatini

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Riverside. 1971. Pedriatic Medical Group.

“Mia mamma dice sempre che la vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita.”

Reginald Miller ha 6 anni. Ma non è un bambino come gli altri. Ha un gravissimo problema alle ginocchia e alle caviglie. Dovrà portare dei sostegni che lo aiutino a camminare. Non potrà fare nessuno sport. L’ha detto il medico. Pochi minuti fa.

Riverside. 1974. 

“Stupido è chi lo stupido fa”

Un bambino tanto alto quanto magro ha una palla da basket in mano. Non una palla come tutte le altre. L’ha comprata usando tutti i suoi risparmi. E’ bellissima. Talmente di ottima fattura che le cuciture sono impercettibili al tatto. Seduto a bordo campo la tiene stretta. Osserva dei bambini che giocano. Vorrebbe unirsi a loro.

“Scusate… posso giocare anche io”

I bambini si voltano e scoppiano in una risata fragorosa. Il più grande di tutti si avvicina.

Come ti chiami?”

Reginald”

“Beh Reginald, tornatene a casa, come quelle cose che hai alle gambe, non riesci neanche a stare in piedi”

“Ma ho portato il pallone”

Neanche una risposta. Solo una fragorosa risata.

UCLA. 1983.

“Quel giorno, non so proprio perché decisi di andare a correre un po’, perciò corsi fino alla fine della strada, e una volta lì pensai di correre fino la fine della città, pensai di correre attraverso la contea di Greenbow, poi mi dissi, visto che sono arrivato fino a qui tanto vale correre attraverso il bellissimo stato dell’Alabama, e cosi feci”.

L’eco delle risate dei bambini al campo è ormai lontano. Le parole di chi lo etichettava come: “troppo magro per poter competere in una partita” sono ormai solo un ricordo. Si, un ricordo. Reggie Miller viaggia a 25 punti a partita. Trascinatore indiscusso della sua squadra. Assoluto cecchino dalla linea dei tre punti. Ma, cosa più importante, ha risolto i problemi alla caviglie. Ora non corre: vola. Ma ancora non è finita. Gli scettici sono dietro l’angolo. Deve ancora dimostrare di poter giocare in NBA, nonostante vinca le partite da solo, nonostante sia immarcabile per qualsiasi difensore. Diventerà il secondo miglior marcatore, ogni epoca, dell’ateneo.  Ma non basta.

INDIANA. 1987.

“Non permettere mai a nessuno di dirti che è migliore di te, Forrest. Se Dio avesse deciso che fossimo tutti uguali avrebbe dato a tutti un apparecchio alle gambe.”

Draft NBA. Un giocatore con quelle statistiche merita una chiamata al primo giro. Neanche per sogno. Indiana lo seleziona come undicesima scelta, al posto di Steve Ford, nativo di Indianapolis. Il benvenuto è come da piccolo al campetto. Per un attimo è come se avesse rimesso i sostegni alle gambe. Ma questa volta corre. Polverizza il record di triple per un rookie battendo quello precedentedetenuto da un certo Larry Bird. Viaggia con il 48% dal campo e il 37% dalla linea dei tre punti. Ma non basta.

 

NEW YORK. 1995

“Da quel giorno stemmo sempre insieme, Jenny e io, come il pane e il burro.”

Indianapolis è pazza di Reggie. Non si lasceranno più. Sarà l’emblema del giocatore contro. Perché così si esprime al meglio. Contro tutti, come la sua vita.  Secondo turno, gara decisiva al Madison; 25 punti nell’ultimo quarto. Due triple negli ultimi 8 secondi, con la squadra in svantaggio di 6. Perderanno al turno successivo.

NEW JERSEY. 2002

“Non so se ognuno abbia il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro a caso come da una brezza… può darsi le due cose, forse capitano nello stesso momento…”

 

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Playoffs.  La serie tra i Nets e i Pacers è ancorata sul 2-2. Mancano 2″ alla fine. I Nets sono sopra di tre punti quando Reggie lascia partire un siluro da quasi metà campo. Bum. Solo rete. Overtime. Restano solo  4″ secondi quando Indiana pareggia i conti grazie ad una penetrazione conclusa da una schiacciata formidabile di Miller. Perderanno. Anche questa volta.

Chissà cosa potrebbero dirsi Forrest Gump e Reggie Miller in una fantastico quanto emozionante discorso su quella panchina. Entrambi hanno lottato per superare i limiti imposti loro. Entrambi non hanno messo transenne ai propri sogni, ma li hanno protetti dal primo raggio di sole.

“Sai, non sono bravo con il basket” , sussurrò Forrest.

“Sai, lo dicevano anche a me…”

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso…

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