Da Kaunas con furore: Arvydas, Sarunas e gli altri eroi. E la nazionale divenne nazione

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“Sono nove anni, signora. Ma può sempre evitarli, basta qualche modifica alle sue idee..”. Milda non ci sta, per nulla al mondo smetterà mai di parlare contro l’URSS: è una donna forte, nulla le fa paura, nemmeno sapere che passerà i prossimi nove anni in Siberia. E se leggete “Avevano spento anche la luna” vi farete un’ideadi cosa volesse dire. Milda è forte perché è lituana, e questa forza la trasmetterà anche alla sua famiglia: soprattutto al figlio, venuto al mondo il 19 Settembre del 1964, col nome di Arvydas.
Che ventotto anni dopo avrà occasione di vendicare sua madre, suo nonno, e tutti i deportati dal Baltico. Perchè Arvydas è Arvydas Sabonis, e costruirà una nazione su un campo da Basket.

“Odiavano l’Unione Sovietica, ma erano costretti a giocarci” (F. Buffa)

Una delle principali strade di Kaunas.
Una delle principali strade di Kaunas.

Si potrebbe dire che Kaunas è la classica città nordeuropea, se per classica intendiamo unica, e allo stesso tempo simile alle sue “sorelle”. Come esse infatti ha una storia sola, che insieme ne unisce molte altre, dall’Ordine Teutonico all’Impero Russo, fino alla Germania Nazista, l’URSS e i giorni nostri. Non è difficile da immaginare il perché: Kaunas (in tedesco Kauen) è letteralmente il cuore dell’odierna Lituania, della quale ne è la capitale industriale, e data la sua posizione è stata, in più di mille anni di storia, crocevia di popoli, culture e, ahimè, dominazioni.

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La Lituania è uno di quei paesi dal cuore grande ma dall’esercito piccolo. Vuol dire, di fatto, che quando il suo popolo si è trovato di fronte all’attacco di superpotenze, cosa accaduta spesso data la sua posizione strategica sul Baltico, ha sempre dovuto soccombere ad esse, per cause di forza maggiore.
La Lietuva è quella che conosciamo da soli 23 anni, tornata del tutto indipendente dopo più di 500. E nella seconda metà del Novecento ha subito quello che han subito altre decine di stati, nei dintorni di quello che un tempo era l’Impero Russo: un periodo controverso, per alcuni dorato, per altri pieno di ombre. Sta di fatto che la Lituania, sotto la bandiera rossa dell’URSS, non era libera.
E alcuni giovani, cresciuti nei campetti costruiti a mano nelle periferie di Kaunas, questa cosa la sanno benissimo.

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Vilnius, 1988. Di fronte ad una folla di qualche centinaio di studenti lituani, sale sul palco un giovane, sui vent’anni, nato a qualche km di distanza, col volto teso e visibilmente agitato. Sorride, più o meno, poi parte col tanto atteso discorso. Non è un discorso qualsiasi: parte elogiando le gesta sportive della Lituania, che però, essendo arrivate sotto il periodo Sovietico, sono da attribuire solo e unicamente alla “madre URSS”, al suo sistema, alla sua politica. Un discorso, si può dire anche ben recitato, che va contro di fatto all’idea di un’indipendenza lituana, dal momento che tende a dimostrare che sotto la falce ed il martello si sta bene, la gente sta bene, la Lietuva sta bene. Si può tranquillamente intendere che quel giovane sia solo un altro servetto qualsiasi del Partito, un rinnegato, un traditore dal cervello lavato: se ne vedono troppi in giro.
Niente di più falso..
Quel giovane ragazzo, leggermente più alto della comunque non trascurabile media baltica, non crede nemmeno a mezza parola di quello che dice. Ma è costretto a dirlo, ne va della sua carriera, della sua vita, sua e di sua moglie, della possibilità di laurearsi, di diventare professionista, di avere un appartamento proprio (cosa assolutamente non scontata all’epoca). La possibilità, di fatto, di avere una vita dignitosa; e al contrario, in caso di rifiuto, la certezza di un inferno. Quel ragazzo di nome fa Raimondas, ma a tutti sarà noto come Sarunas, e fa del basket la sua ragione di vita, tanto da giocare tra i professionisti sin dai 17 anni: quel ragazzo, di 196 cm, è Sarunas Marciulionis, uno dei figli di Kaunas protagonisti di questa storia.

Sarunas ai tempo del Lietuvos.

Sarunas è un classe ’64, più precisamente nasce il 13 Giugno del 1964. La sua potenza cestistica, sviluppatasi lontano da casa in quello che oggi è il Lietuvos Rytas, ma all’epoca è noto come Statyba Vilnius, è totale, quasi definitiva, il prototipo della guardia formato rullo compressore che non la si ferma nemmeno con le atomiche. Ed oltreoceano questa cosa si nota, viene apprezzata. Solo a parole però, a quanto pare.
E’ il draft del 1987, e Sarunas si dichiara eleggibile. Passano le scelte del primo turno, poi quelle del secondo, del terzo, del quarto.. Insomma, è subito chiaro che là, nell’estremo occidente, sarà dura. Verrà scelto con la numero 127 dai Golden State Warriors.
Che dire, senza dubbio uno dei giocatori più sottovalutati della storia (almeno all’inizio). Basta poco, infatti, affinché gli scettici riguardo il fatto che un europeo non potesse dominare in quella pallacanestro si ricredano e si pentano, quasi vergognandosi, dei loro pregiudizi. Sarunas è uno dei precursori, un pioniere, di quella che sarà una specie di rivoluzione, perché farà passare un messaggio chiaro, rivolto a tutto il mondo a stelle e strisce: il Basket europeo può stare al vostro livello, può giocare, dominare, spaccare i culi al vostro livello. Marciulionis è come se fosse il bicchiere, perché solo goccia non può essere, che fa traboccare il vaso, dal momento che alcune basi per costruire tale idea nel passato si erano piantate. Poi sono state ignorate, ma comunque erano state piantate.

Marciulionis ai tempi dei Kings.

Nell’anno 1989, Drazen Petrovic approda in NBA. Sottovalutato, ovviamente, e farà troppa fatica, dopo aver dominato in Europa come nessuno mai farà. Ma nell’anno precedente alla sua tragica dipartita riesce a guadagnare qualcosa che, unito alle gesta di Marciulionis, cambierà il modo di vedere il basket: il rispetto. Totale, incondizionato, un bianco europeo che insegna pallacanestro. Certo, anche Sarunas è un fulmine a ciel sereno, il bicchiere appunto che fa traboccare il vaso.. Lo stesso vaso che Petrovic distrugge.
L’Europa ha dunque il totale rispetto dell’Oltreoceano, almeno cestisticamente parlando. L’anno precedente alla tragica dipartita di Drazen accade un altro fatto a confermare ulteriormente la nuova idea di NBA che va sviluppandosi, non più come strettamente riservata ai Made in USA, ma aperta al Vecchio Continente. Nel 1992, un principe approda sulla West Coast. E’ il Principe del Baltico, dalla fortezza di Kaunas, anche lui figlio di quella città: è Arvydas Romas Sabonis, la più grande leggenda lituana vivente, uno dei più grandi spettacoli mai visti su un parquet.

Un giovane Sabonis.
Un giovane Sabonis.

Arvydas in realtà è già stato scelto. Stiamo parlando del draft del 1986, quando gli stessi Portland Trail Blazers (che sceglieranno anche Drazen tre anni più tardi) scioccano il mondo cestistico, scegliendo alla numero 24 questo gigante sovietico, di 221 cm, decisamente sconosciuto ad ovest del meridiano di Greenwich. Stupore, clamore, mani nei capelli. “Ridicolo”, diranno alcuni tifosi. Ma questi poveracci dell’Oregon ci avevano visto lungo, e quando ad Arvydas sarà finalmente concesso di approdare in NBA non ce ne sarà più per nessuno.

La notizia di essere una scelta del primo turno, tuttavia, sembra non scioccare del tutto il giovane Principe. Se l’Occidente sembra ad un passo, grazie ai continui viaggi con la squadra, la dura realtà è che l’URSS controlla ancora la sua vita: e il Far West rimane lontano. Ogni trasferta, con il suo Zalgiris o la nazionale Sovietica, sembra una deportazione di detenuti, con il KGB sempre presente a seguire ora per ora la giornata dei suoi atleti, coniati dal perfetto sistema sportivo rosso. Ma Arvydas non si fa piegare..
Per evadere dall’oppressione dei suoi guardiani in smoking e sigaretta, Sabonis, nelle trasferte americane, si mette d’accordo con suoi concittadini emigrati. Il trucco è semplice: mentre le guardie sono fuori dalla porta, il Principe scappa dal retro e va in garage, dove ad aspettarlo non c’è una carrozza, ma una Cadillac. Sì, ma non il volante di una Cadillac, il baule, per non dare nell’occhio. Il lascia-passare per notti folli, tra fumo e alcool.
Che ironia: in una posizione più consona a dei cadaveri, in quelle sere Arvydas si sente più vivo che mai.
Ma appena rientra in patria, la realtà è sempre la stessa. Nel 1986, il gigante è sotto i 20 anni, dunque a prescindere non andrebbe bene per gli States, e senza il consenso del partito non può essere trasferito.
E’ un problema comune a tutti gli atleti sovietici, i trasferimenti non possono essere conclusi se il governo non approva. Figuriamoci se approva un passaggio nella terra dell’eterno nemico capitalista: Sabonis rimarrà in Europa ancora per qualche anno.
E Madrid ringrazia.

Gli eroi.

“Mi spiegate cos’è quella roba? E’ un bisonte di 132 kg, non riuscirà nemmeno a fare mezzo palleggio senza inciampare..”. Son queste le idee, confuse, che circolano nel Settembre del 1988. Seoul è in trepidazione: le due super potenze mondiali si affrontano, di nuovo. Se lo spettro della guerra sembra passato, e i “Winds of Change” cominciano a soffiare, una semifinale olimpica ci si dimentica di tutto. Quattro lituani, capeggiati ovviamente da Arvydas e Sarunas, un lettone, un estone, un kazako, tre ucraini e due russi contro l’Ammiraglio Robinson, Charles Smith, Richmond e gli altri. E quel 28 Settembre è l’occasione ideale per vendicarsi di quella ladrata di Monaco ’72, non si può sbagliare, sarebbe inaccettabile, imperdonabile.
E invece l’America cade di nuovo, nel suo campo, perché quei quattro maledetti lituani dominano, e l’URSS trionfa di nuovo. 76-82, e i rossi andranno in finale contro quella Jugoslavia, ad affrontare Petrovic e Divac, vincendo l’oro.
Per gli Stati Uniti è un’altra sconfitta che brucia, e non poco, e che pone di fatto le basi per la formazione di altre due squadre. Una è il Dream Team USA del 1992, dato che di losche figure per un po’ gli States non ne vogliono più fare; l’altra è l’altro squadrone dei sogni gialli, verdi e rossi. “The Other Dream Team”: la nazionale Lituana, libera ed indipendente. Quella nazionale che è diventata nazione.

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Quelle del 1992 sono le prime Olimpiadi dal crollo del Muro, e portano davanti agli schermi paesi mai visti, un nuovo mondo. Dalla Jugoslavia ne escono Croazia e Slovenia, dall’URSS ne escono i paesi Baltici, l’Ucraina e tutte le altre. L’URSS, nel suo passaggio verso l’odierna Russia, cambia nome in CSI, ma pur avendo perso gran parte dei suoi atleti si ritrova in semifinale olimpica di Basket. Affronterà la neo-nata Croazia, capeggiata dallo stesso Petrovic (presente anche in questa storia) mentre nell’altra semifinale avviene lo scontro tra i due Dream Team: USA vs Lietuva. Secondo risultato scontato, il primo un po’ meno, fatto sta che la finale è USA-Croazia, e la finale terzo-quarto posto è proprio quello che nemmeno il miglior Shakespeare avrebbe mai scritto: Lituania contro ex Unione Sovietica. Il canarino che torna alla gabbia, dopo esserne uscito, e ci gira intorno.
Dopo l’offensiva di Kaunas, dopo anni di deportazione, oltre cinquanta di dominazione, oppressione, miseria, i quattro eroi (che oltre a Sabonis e Marciulionis sono Rimas Kurtinaitis e Valderamas Chomicious) si trovano a fronteggiare, come Davide contro un Golia titubante, il grande incubo passato. E’ una storia troppo bella per non avere un lieto fine: la Lietuva vince la medaglia di bronzo.
Marciulionis può dire quello che gli pare sul partito, Sabonis può tornare su una Cadillac, ma sul sedile dell’autista, correndo come un matto nel nuovo mondo libero:“non sono più sotto il vostro controllo, šùdai, dove siete KGB? Sono libero, libero! E vaff.. a tutti!”.

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Quell’8 Agosto i lituani vincono più di una medaglia: il mondo ora li conosce, conosce la loro identità, la loro bandiera, la loro storia. La Lituania diventa del tutto indipendente, quel giorno in cui quattro ragazzi di Kaunas, insieme a tutti i compagni, han dato vita alla propria nazione. Non più un’ex colonia sovietica.
Nel panorama cestistico, la Lituania diventerà sempre più grande, grazie anche allo Zalgiris (chissà perché la squadra di Kaunas) e grazie a personaggi cresciuti nel mito e nella venerazione di quel Dream Team “alternativo”. Uno tra tutti si chiama ancora Sarunas, cognome Jasikevicius, e avrà un certo impatto nel basket europeo degli anni Duemila. Figlio anche lui, ovviamente, della stessa città.

Kaunas è il cuore della Lituania, perché da quelle strade, da quei campetti fatti a mani nude, è partito il primo battito per farla vivere, di nuovo, libera. E soprattutto in Lituania la strada tra il parquet e il cuore è veramente corta. Ecco perché noi abbiamo Garibaldi e loro Sabonis, gli States Washington e loro Marciulionis, la Serbia Karadjordje Petrovic e loro Kurtinaitis, Cuba Fidel Castro e loro Chomicious.

Ecco perché il basket, lassù nel Baltico, ha reso eterno un popolo.

Ilga gyvenima į Lietuva!

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