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Esclusiva BU: Franco Ciani si racconta tra passato e ritorno in serie A

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Dopo tanti anni, il connubio tra Trieste e Dalmasson si è concluso, ma la panchina della squadra giuliana non è rimasta vacante a lungo, perché l’annuncio di Franco Ciani come capo allenatore è arrivato quasi subito. BasketUniverso ha raggiunto il coach udinese per un’intervista ricca di spunti e contenuti.

 

Coach, si aspettava questa chiamata a capo allenatore, oppure è arrivata un po’ a sorpresa? Come sarà la Trieste del prossimo anno?

Quando ho iniziato la collaborazione con Trieste il mio ruolo era stato delineato in maniera precisa, e pensavo che sarebbe arrivato immutato a scadenza. Poi nel corso della stagione c’è stata un’evoluzione del lunghissimo rapporto con Dalmasson, che ha portato a una separazione delle strade a fine stagione, quindi possiamo dire che per me questo incarico da head coach è una sorpresa. Per dire come sarà la nuova Trieste è ancora presto, anche se stiamo già lavorando su alcuni giocatori che fanno parte del roster attuale per valutarne le possibilità di rinnovo, oltre a quelli che hanno ancora contratto. Importante sarà capire gli sviluppi sull’iter di ammissione alle coppe europee, anche se abbiamo già alcuni obiettivi precisi a prescindere dallo scenario definitivo.

 

Come ha vissuto questo anno di pandemia?

Inutile sottolineare quanto l’ultima stagione sia stata atipica e difficile, soprattutto dal punto di vista della gestione dei giocatori e della programmazione del lavoro. Posso dire però che la nostra capacità di gestire e vivere le situazioni post contagio è stata molto utile ed efficace per creare i presupposti del risultato finale raggiunto. Sicuramente gestire la “bolla”, la vita in hotel, le difficoltà organizzative dei viaggi ha creato meno serenità in tutto l’ambiente. Non dimentichiamo gli stranieri, che si trovano dall’altra parte del mondo rispetto a casa, che oltre alle difficoltà abituali hanno dovuto anche affrontarne ulteriori dovute all’obbligo di restare di fatto chiusi in casa. Per questi motivi l’allenamento era diventato un momento emotivamente molto particolare, perché era oltre al momento di preparazione anche l’unico momento in cui ognuno poteva confrontarsi con gli altri.

 

Dopo tanti anni è ritornato ad assaporare l’aria della serie A, dopo anni tra B e A2: quali le maggiori differenze che ha riscontrato?

La serie A è molto diversa da quella di 20 anni fa, quando esordii come capo allenatore con Gorizia. Oggi l’atletismo e la fisicità sono molto superiori grazie soprattutto alla presenza di molti più giocatori stranieri, e questo crea un maggiore gap tra A ed A2, acuito anche da una diversa intensità e capacità di leggere rapidamente il gioco.

 

Se avesse una bacchetta magica,  su quali aspetti del basket di oggi interverrebbe?

Innanzitutto interverrei sulla capacità del nostro basket di produrre giocatori di alto livello: è vero che le normative sugli under hanno aperto delle corsie, ma non è sufficiente per creare un patrimonio di giocatori in grado di affermarsi a livello almeno europeo e giovani che sappiano sfruttare le occasioni che si presentano. In secondo luogo vorrei fare qualcosa per ovviare alle difficoltà economiche che inevitabilmente questo periodo ci sta mettendo di fronte: servono società, dirigenti e allenatori in grado di avere intuizioni che possano trarre il meglio anche da una situazione difficile. Poi mi piacerebbe cambiare tante piccole cose, come una maggiore sinergia tra allenatori e arbitri, nonché dare un ruolo maggiore agli allenatori nell’ambito decisionale, quando si definiscono le “regole del gioco”: cambiamenti di regolamento, organizzazione campionati. Occorre coinvolgere maggiormente gli allenatori che non possono più solo subire le decisioni altrui.

 

In tutti questi anni di carriera, qual è il momento per lei più difficile o che ricorda con più amarezza?

Paradossalmente il periodo più negativo è coinciso con quello che avrebbe dovuto essere il momento più proficuo, e cioè il passaggio da Gorizia a Cantù. Probabilmente non ero ancora del tutto pronto ad affrontare certi palcoscenici e certe responsabilità, e quindi l’effetto rimbalzo è stato molto pesante. Anche perché poi questo mi ha portato ad accettare incarichi in situazione complesse o già compromesse che hanno conseguentemente portato a esoneri ravvicinati. Il risveglio quindi è stato brusco, e per questo ho scelto di ripartire dal basso, dalla serie B, e successivamente ad Agrigento è stato finalmente raccolto quanto ho seminato prima.

 

A proposito di Agrigento, possiamo dire che la finale di A2 persa contro Torino nel 2015 sia il momento che ricorda con più piacere?

Ad Agrigento ho vissuto anni bellissimi, i primi 4 anni culminati con la finale contro Torino passando dalla B2 alla gara 5 di finale per la serie A sono stati un’esperienza straordinaria. Ma ricordo con estremo piacere anche i campionati vinti a Sassari, a Casale Monferrato, ma anche a Massafra e sempre ad Agrigento quando dall’ultimo posto arrivammo a vincere il campionato con 17 vittorie consecutive.

 

Riesce a dirmi il nome del giocatore con cui in questi anni ha lavorato meglio, o di cui conserva il ricordo più bello?

Difficilissimo da dire: tutto il gruppo della promozione con Massafra lo ricordo con estremo piacere, così come quello di Agrigento: Chiarastella, Mian, Pepe. Se devo però citarne uno, il pensiero va sicuramente a Sergej Bazarevic: giocatore di punta in ambito internazionale che al mio primo anno da capo allenatore a Gorizia mi ha aiutato in un modo straordinario.

 

Perché ha scelto il basket? Cosa la affascinava di più di questo sport?

Il primo contatto con basket fu, come spesso avviene, causale: vicino casa c’era una parrocchia che aveva una squadra di basket e la mia famiglia ritenne che quello fosse un ambiente sano e protetto adatto a inserirmi nel mondo dello sport e alla socializzazione oltre alla scuola. Dopo un po’ di esperienza fu la società stessa a indirizzarmi verso il corso da ufficiale di campo all’età di 19 anni, e così la pallacanestro era entrata definitivamente nella mia vita. Questo però non mi bastava, e così iniziai una sfida con me stesso per provare a vivere lo sport in una veste più da protagonista. Decisi quindi di provare a intraprendere la carriera da allenatore. In sintesi tutto è cominciato per caso e si è trasformato in una sfida con me stesso. Una cosa è certa: l’amore tra me e il basket è sbocciato subito.

 

Ringraziamo coach Franco Ciani per la disponibilità e l’Ufficio Stampa di Pallacanestro Trieste per la collaborazione

Foto: @AllianzPallacanestroTrieste

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