Hill of Fame: la triste e bellissima storia di Lauren, eroina del nostro tempo.

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Il “buzzer beater” è uno dei termini più consueti nell’ambito cestistico. Si tratta di un canestro realizzato proprio sullo scoccare della sirena di fine match per consentire alla propria squadra di vincere la partita o, quantomeno, di pareggiarla e portarla ai supplementari. Segnare un buzzer beater vuol dire guadagnarsi, a seconda dei casi, un istante di felicità oppure una gloria imperitura, significa essere sommersi dall’abbraccio dei propri compagni, dalle urla dei tifosi, comporta l’essere riconosciuti dei leader ma, soprattutto,  per prendersi una responsabilità simile è necessario un coraggio non da poco, occorrono attributi che non tutti possiedono. Tutto ciò che ha dimostrato e che è capitato a Lauren Hill, ragazza americana diciottenne che, afflitta da una forma di tumore al cervello inoperabile, la Dipg, ha voluto realizzare un suo sogno ossia esordire nell’Ncaa, il campionato collegiale americano, con il college da lei scelto dopo aver concluso il liceo: il Mount St Joseph in Ohio, partecipante al campionato di terza divisione.

A questa sfortunata ragazza è stata diagnosticata in estate la terribile forma di tumore sopracitata, accompagnata da una sentenza ancor più macabra: non vivrai oltre Natale. Come avrebbe reagito ognuno di noi a certe parole? Si sarebbe forse rinchiuso in sé stesso, maledendo il destino e la malasorte. Avrebbe iniziato a rivivere il proprio passato, pensando a quel futuro così corto che non gli avrebbe garantito la realizzazione dei propri sogni e delle proprie aspirazioni. Lei, invece, ha avuto la forza di guardare avanti e di decidere che gli ultimi mesi della sua esistenza avrebbero avuto lo spazio per il suo sogno più grande: esordire nella squadra del college scelto da poco. Peccato che la tempistica non fosse sua alleata: il campionato sarebbe iniziato dopo la metà di novembre, periodo nel quale lei rischiava di arrivare in condizioni non idonee per scendere in campo oppure, dove rischiava di non arrivare proprio.

L’Ncaa le è però venuta incontro, anticipando l’inizio della stagione a sabato 1 novembre e permettendo che il Mount St Joseph giocasse la sua partita inaugurale nella palestra della vicina e più ampia Xavier University, in grado di ospitare le 10.000 persone giunte per rendere omaggio a quest’eroina che non ha avuto paura di mostrare la sua debolezza e la sua vulnerabilità ma che, al contrario, ha deciso di rendersi un esempio, di fare di una grave malattia un’occasione di realizzazione di un sogno e della morte un traguardo da raggiungere con la maggior serenità possibile. Lauren è partita titolare e ha segnato il primo canestro del match per un tripudio di grida, abbracci, lacrime e commozione: quella delle sue compagne che hanno condiviso con lei gli attimi forse più intensi della sua vita, quella delle avversarie, incapaci di guardare a lei come a una rivale e felici di provare la sua stessa gioia e quella del pubblico, che stava assistendo a qualcosa di veramente unico. Lauren è poi subito uscita per colpa delle nausee causate dai medicinali che sta assumendo, salvo riprendere le giuste energie per rientrare nel finale e segnare anche l’ultimo canestro della sfida, conclusasi 66 a 55. Un risultato può essere un dettaglio di poco conto anche in una partita, quando in ballo c’è qualcosa di più significativo di una vittoria o una sconfitta.

Lauren Hill impegnata nel suo discorso a fine partita.
Lauren Hill impegnata nel suo discorso a fine partita.

Ecco qual è stato il buzzer beater di Lauren, i suoi canestri sulla sirena più triste e definitiva possibile, quella della vita. Lauren da quest’estate starà forse pensando, volente o nolente, al giorno della sua morte, a come e quando arriverà, se sarà indolore o no. Sabato invece per 40 minuti ha potuto pensare più alla vita che alla morte e constatare che, nonostante referti e responsi medici, la vera vita si esaurisce solo quando lo vogliamo noi. Fino all’ultimo c’è tempo e speranza per gli ultimi tiri, per gli ultimi punti e per l’ultima vittoria. E se la vera vittoria non è quella contro le proprie avversarie ma contro l’annientatrice più grande di tutto e di tutti, ecco che il suo  particolare buzzer beater è forse il più importante della storia del gioco e a confronto non ci sono Michael Jordan, Kobe Bryant o LeBron James che tengano. Il paragone con i più forti giocatori scatta automatico e allora mi chiedo: ” Questa ragazza non avrà forse la loro stessa fama nel futuro?” Le diecimila persone presenti sabato sugli spalti avranno forse un ricordo sfuocato fra vent’anni di quella ragazza malata che hanno visto giocare e segnare? Si dimenticheranno dell’atmosfera di sofferenza ma anche di straordinarietà positiva che hanno avuto modo di vivere e respirare? Credo fermamente di no. L’insegnamento di Lauren è qualcosa che non andrà smarrito, il suo esempio sarà ispiratore per altre persone che vivranno una situazione simile, la sua forza sarà quella di tutti coloro che l’hanno vista combattere con gioia la propria battaglia, di chi l’ha assistita nella realizzazione del proprio sogno, ma anche di chi cerca, come me, di divulgare il suo esempio e di chi, spero, si farà coinvolgere dalla sua storia. Dunque perché il suo nome non deve essere posto nella Hall of Fame, dove sono scritti i nomi dei più grandi della storia del gioco? Non è forse storia questa? Se lo sport non ha solo la vittoria come obiettivo, ma deve essere anche un’occasione di cultura e una fucina di valori come il sacrificio e la passione, è giusto che si promuovano esempi che vadano oltre il semplice lato sportivo della competizione.

Chiudo facendo riferimento al discorso che Lauren Hill ha tenuto al termine dell’ormai nota partita. La ragazza da poco maggiorenne ha mostrato molta sorpresa per la risonanza mediatica che ha avuto il suo caso e per il sostegno che molti gli hanno dimostrato. Del resto cosa c’è di strano, avrà pensato, nel voler giocare il proprio sport fino alla fine? Ha espresso addirittura soddisfazione perché molti ora grazie a lei conoscono la Dipg, la grave e quasi sconosciuta forma che l’ha colpita, in modo da tale da favorire le ricerche e lo sviluppo di una cura efficace nel modo più veloce possibile. La felice consapevolezza, dunque, di essere una sorta di cavia, di vittima sacrificale per impedire che questa malattia mieti nuove vittime innocenti. La parte più commovente è stata senz’altro quella in cui ha descritto i canestri realizzati, affermando come abbia preferito il secondo,  poiché realizzato con la mano destra, quella che già sta perdendo forza. La testimonianza, quasi straziante, di una ragazza che vive e percepisce la sua malattia, ma non per questo si arrende e si lascia abbattere ma anzi, procede spedita verso il proprio obiettivo.

Il vero malato non è colui che è colpito da qualsivoglia malattia, ma chi si arrende passivamente alla propria condizione e al proprio destino. Grazie mille Lauren per averci fatto comprendere ciò.

 

Bernardo Cianfrocca

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