Steven Adams, un contadino prestato alla NBA

Focus Home Rubriche

Oklahoma City Thunder – Dallas Mavericks, tip-off della stagione NBA 2013-14. Nella seconda metà del terzo quarto Vince Carter colpisce col il gomito, volontariamente, la faccia di un rookie piuttosto alto, gesto che gli costa l’espulsione. Jeremy Lamb poco dopo, rivedendo l’azione al replay, si avvicina alla vittima del gesto, chiedendo “Oddio, ti ha fatto male?” e sentendosi rispondere “Cosa? Ah, la gomitata? No, no davvero”.

Valerie Adams, campionessa nel lancio del peso

1960, Inghilterra, Bristol. Un ragazzo di nome Sid Adams, con un passato nella Royal Navy, decide di imbarcarsi clandestinamente su una nave commerciale che sta per salpare per la Nuova Zelanda. Alto oltre due metri, l’uomo in questione ne ha abbastanza di essere preso in giro per le proprie dimensioni ed ha un certo spirito avventuriero. Proprio questo spirito lo condurrà anche in prigione appena approdato nell’isola oceanica, vista la permanenza l’immigrazione senza permesso. Sid va per la soluzione più ovvia: ottenere la cittadinanza neozelandese. Decide quindi di sposare una locale, sarà la prima di cinque mogli che daranno alla luce, in totale, 18 figli. Tra questa innumerevole prole, Sid Adams Jr è attualmente un giocatore della nazionale di basket neozelandese, mentre Valerie Adams ha al collo due medaglie d’oro olimpiche e quattro mondiali nel lancio del peso. Si può tranquillamente affermare che Sid, quando decise di emigrare in Nuova Zelanda, fece un enorme favore allo sport locale.

Il più giovane dei 18 figli di Sid, Steven, nasce a Rotorua, in Nuova Zelanda. Da subito non ha troppi contatti con la madre, vive con il padre e ha due sogni. Il primo è quello di diventare un giocatore degli All Blacks, la celebre nazionale di rugby neozelandese, praticando, come la maggior parte dei giovani locali, questo sport. Il secondo è diventare un contadino. Uno dei fratelli possiede una fattoria poco fuori Rotorua e lì Steven trascorre le proprie giornate, badando agli animali e ai campi. Semplicemente ama l’idea di lavorare duramente tutto il giorno, dalla mattina alla sera, come confermerà anni dopo.

Steven Adams con la maglia degli All Blacks

Natura, rugby, scuola, lavoro. Sono le quattro costanti dell’infanzia di Steven, gli danno equilibrio, un equilibrio che si spezza nel 2007, quando il ragazzo ha 13 anni. Sid muore, di cancro allo stomaco, lasciandolo da solo. Il padre era la figura di riferimento nella vita di Steven, old school in un certo senso, spingeva il figlio a non perdere la retta via a suon di ceffoni. Era l’equivalente delle rotaie per un treno, gli indicava la strada. Una volta andatosene, il treno comincia a deragliare. Steven salta la scuola, vaga per le strade di Rotorua, entra in contatto con tipi poco raccomandabili. Il fratello maggiore Warren, camionista ormai sui 40, decide di “rilocarlo” a Wellington, sotto la tutela di Blossom Cameron, che aveva svolto per lui lo stesso ruolo parecchi anni prima.

Inciso: in questa storia, non è ancora stata pronunciata la parola “basket”, fin qui. Steven ha 13 anni, ma una palla a spicchi in mano non l’ha mai presa.

Una volta adulto, Steven definirà Blossom “la migliore persona sulla faccia della Terra”. E’ proprio lei che lo cresce durante l’adolescenza, il ragazzo arriva a Wellington parlando a malapena, con dieta, igiene e vestiario assolutamente rivedibili. Pensa a tutto Blossom, che nel tempo libero lo introduce anche alla pallacanestro. La donna è infatti stata una giocatrice professionista in Nuova Zelanda. Certo, i 193 centimetri di Steven a 14 anni aiutano, Blossom lo introduce a Kenny McFadden, altro ex giocatore locale che ha un camp a Wellington, il ragionamento è molto semplice: io ti accetto se riesci a presentarti qui alle 6.30 di mattina. Missione compiuta. Il nuovo coach non lo considera un normale giocatore, sa che ha tutto per poter arrivare fino in fondo.

L’anno successivo, McFadden lo porta a Chicago per l’Adidas Nation Experience, Steven gioca per la squadra dell’America Latina e domina il torneo nei rimbalzi. Non è sufficiente. Dopo la competizione, si gira verso l’allenatore. “Devo allenarmi più duramente“. La svolta arriva proprio quell’anno.

La maggior parte dei ragazzi si uniscono ai programmi delle proprie nazionali giovanili, pagando però una ingente somma, soldi che la famiglia Adams non aveva, al tempo. Per fortuna, McFadden è grande amico di Jamie Dixon, coach dell’università di Pittsburgh e della nazionale americana U19. Quell’anno i Mondiali U19 si giocano proprio in Nuova Zelanda e McFadden ha l’occasione di far conoscere a Dixon i talenti e la stazza di Steven, che a 15 anni appena misura già circa 208 centimetri.

Steven con la maglia dei Pittsburgh Panters

Ovviamente ne rimane impressionato, lo deve reclutare, e così è: Steven giocherà un anno solo a Pittsburgh, prima di essere chiamato con la dodicesima scelta dagli Oklahoma City Thunder. Al primo anno dimostrerà subito di non avere paura, sfiderà e spingerà alla squalifica Zach Randolph in Gara-6 ai Playoffs, confermandosi tutt’altro che un rookie.

Non male per chi, a quest’ora, poteva essere solo un contadino con un’altezza fuori dalla norma.

  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.