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A ritmo di Jazz

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L’inizio di stagione degli Utah Jazz ha sorpreso tutti. La partenza in estate di Gobert, Mitchell e Bogdanovic rispettava una scelta ben precisa da parte della dirigenza: ricostruire una franchigia incapace di raccogliere i risultati sperati.

Contro ogni pronostico il roster affidato a Will Hardy ha rimescolato le carte della Western Conference. La quota over/under di vittorie previste a inizio anno dei Jazz era di appena 24.5: Utah ha già vinto 10 partite, eguagliando la miglior partenza della franchigia delle ultime 5 stagioni. Le tre sconfitte recenti arrivate contro Wizards, 76ers e Knicks non cambiano la sostanza (per trovare il successo Philadelphia ha dovuto pescare una prestazione senza eguali di Joel Embiid).

Il segreto del successo dei Jazz, che hanno a roster solo 3 giocatori che l’anno scorso giocavano più di 15 minuti di media, è da riporsi in diversi fattori. Uno su tutti, del tutto imprevedibile, è l’efficienza con cui sta funzionando ogni esperimento. A cominciare dal rendimento di Lauri Markkanen. Da primo violino l’ex Bulls e Cavs è alla miglior stagione in carriera per punti realizzati (22 di media) e efficienza offensiva. Markkanen ha piena fiducia nei propri mezzi dopo aver rivestito un ruolo simile con la Finlandia a Eurobasket. Hardy ha pescato il leader offensivo di cui aveva bisogno, evitando così di doversi affidare con troppa frequenza alle improvvisazioni di Sexton e Clarkson. Dopo alcune stagioni al di sotto delle aspettative (in contesti poco favorevoli per la sua crescita) Markkanen sembra pronto a sbocciare.

Il volume di tiri e l’efficienza con cui Markkanen conclude al  ferro: è sopra il 63% da due

 

Alla prima esperienza da capo allenatore, Hardy è riuscito a incastrare i giocatori a sua disposizione in un sistema semplice che rende l’attacco dei Jazz stranamente equilibrato e funzionale. Tutti sono coinvolti in un gioco collettivo rapido e mai passivo. Rispetto alla squadra vista nella stagione 2021/22 l’aspetto indubbiamente migliorato è la rapidità di esecuzione (l’anno scorso 22esimi per pace, quest’anno Utah è tra le prime 12).

 

La differenza più evidente rispetto agli anni in cui Gobert vestiva la maglia dei Jazz è la spaziatura ritrovata nel pitturato. La libertà di azione di cui godono Conley, Sexton e Clarkson, con l’area svuotata, consente alla squadra di iniziare le azioni creando subito superiorità. A questo si accompagna l’ottima percentuale al tiro da tre (37%, 9° miglior dato): il mix di questi due fattori spiega l’eccellente produzione offensiva di questo periodo. Utah in attacco non è solo bella da vedere. I numeri parlano chiaro: Utah ha il 4° miglior attacco della Lega con 117 punti segnati in media.

Nonostante la presenza di giocatori abili nel costruirsi tiri da soli, i Jazz sono una delle prime 5 squadre per canestri assistiti (27.7 a partita). Formatosi nella “cantera spursiana”, Hardy ha portato una nuova visione del gioco da trasportare in campo. Il processo di crescita nell’interpretare le situazioni ha permesso ai Jazz di diventare una squadra che si passa la palla, tanto e bene. L’esempio massimo di come i valori di Hardy siano stati assimilati dal roster risplendono nei miglioramenti espressi da Jordan Clarkson, al massimo in carriera alla voce assist (così come Markkanen e Conley).

 

 

Due casi in cui è solito aspettarsi una forzatura da parte di un giocatore come Clarkson. Quest’anno la musica è cambiata e il numero 00 dei Jazz sembra essere molto più lucido nel leggere le situazioni di gioco.

 

La stessa cosa vale per la difesa. Con la partenza di Gobert è venuto a mancare uno dei primi difensori di tutta la NBA. Era prevedibile scendere di rendimento. A roster manca un rim protector vagamente simile al francese, la squadra però copre il pitturato meglio di quanto facesse nella scorsa stagione. Lo stesso vale per la difesa perimetrale. I Jazz concedono il 32.5% dall’arco, terzi dietro solamente a 76ers e Hawks. Questa versatilità nella propria metà campo è data anche dalla struttura del roster. Olynyk, in un discreto stato di forma, porta dinamismo alla difesa. Vanderbilt è un atleta fenomenale e si sta dimostrando il migliore della squadra, tra chi ha giocato almeno 200 minuti, per Defensive Rating.

Per quanto Utah resterà in questa bolla di rendimento? Impossibile dirlo. Ainge, anche se continua a negarlo, è stato chiamato per dare vita a un processo di rebuilding significativo, paradossalmente rallentato da un ottimo avvio di stagione. Una cosa è certa: a oggi gli Utah Jazz sono una squadra da Playoff. Hanno già trovato il minutaggio di chi si appresta ad affrontare la post-season (3 i giocatori sopra i 30 minuti di media, 7 sopra i 20). I giocatori in rotazione sono tutti average per il livello NBA, ma è difficile pensare che questo gruppo possa vincere una serie nella post-season. Presto andrà presa una decisione sulla direzione da intraprendere: i contratti a libro paga sono molto appetibili in questo momento e la tentazione di smuovere le acque è forte. Il front office dovrà decidere se credere in questo gruppo oppure massimizzare, finché in tempo, le risorse a disposizione.

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