Bangers, cinque canzoni rap ispirate a cinque stelle NBA

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Molto spesso accostate insieme nell’immaginario comune, il binomio hip-hop e basket è qualcosa che suona quasi un cliché alle orecchie del consumatore medio. Esiste certamente una correlazione tra rapper o amanti del genere che vestono canotte o t-shirt che richiamano al mondo NBA e cestisti che hanno un qualche intreccio con il mondo hip-hop, urban e quant’altro, o da conoscenti diretti o semplicemente da fan. Esiste inoltre un legame, molto spesso legato a storie comuni o a quartieri simili frequentati, che vanno avanti con il tempo.

Insomma, sono tanti fattori che uniscono i due mondi. L’intento di oggi è però quello di trovare cinque canzoni hip-hop totalmente ispirate ad alcune stelle NBA. Talvolta utilizzate come pretesto poetico, talvolta semplicemente dedicate al proprio beniamino, questi pezzi sono stati sia fortemente presenti nel mainstream, che rimaste sconosciute ai più per parecchi mesi e anni.

Mettete le cuffie e partiamo con l’ascolto.

 

White Iverson – Post Malone (2015)

Nella rosa delle cinque canzoni, questa forse è non solo quella più conosciuta ma anche quella che ha più lati significativi. Sconosciuto ai più, Post Malone passa dall’essere considerato uno dei cosiddetti “talenti di Soundcloud” alla fama mondiale grazie anche a questa hit, un R&B con influenze hip hop che spopola a cavallo tra il 2015 e il 2016.

La canzone non è solo un omaggio al leggendario numero 3 dei Philadelphia 76ers; all’interno ci sono vari e vari riferimenti cestistici, da Kevin Durant [“… Double OT like I’m KD”] a James Harden ed Anthony Davis [“I’m ballin’, money jumpin’, like I’m Davis from New Orleans. Or bitch, I’m Harden, I don’t miss nothin’” ]. Il filo conduttore è però indissolubilmente legata ad A.I., perché il rapper di Austin ripercorre un po’ le similitudini tra sé stesso e Iverson, che in lui si rivede in tutto e per tutto, e che vorrebbe emulare nella musica. Pur avendo approfondito la leggenda solo da adulto.

«Non ho avuto la possibilità di vederlo all’opera negli anni. Mio padre mi ha cresciuto con il football e con i Cowboys (squadra di Dallas ndr) […] ma nell’ultimo periodo ho recuperato tutto e ho rivisto le sue vecchie partite con i Sixers, gli highlights e tutto il resto».

Le treccine che lo accompagnano nel primo videoclip, il volersi definire come risposta (The Answer, appunto ndr) e non come un qualcosa di fumoso, la consapevolezza che per spaccare non c’è bisogno di allenamento ma solo di agire, come fu per Iverson nella leggendaria conferenza stampa. E infine il continuo ripetere “I’m the new three”, che più che all’ascoltatore sembra un monito al sé stesso, un ventenne insicuro all’esordio assoluto nel palcoscenico mondiale.

«Era il migliore, il numero uno. E sarà sempre il mio preferito perché è in maniera più assoluta una fonte di ispirazione».

White Iverson, contenuta nell’album di esordio Stoney (2016), diventa presto disco d’oro e di platino negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei, e la carriera di Post Malone sarà sempre più importante e positiva, fino a diventare uno dei più giovani artisti ad avere ben tre dischi di diamante. Una rockstar assoluta, come dice anche una delle tre canzoni pluripremiate. Con la mente però sempre a The Answer, e non a una risposta qualsiasi.

Kobe – Chief Keef (2012)

Nell’immaginario hip hop, tra i giocatori che più di tutti sono stati tributati maggiormente, troviamo sicuramente Kobe Bryant. La stima nei suoi confronti, l’affetto e l’ammirazione provata si sono riversati nei fogli di carta o nelle note del telefono di tanti rapper e artisti urban statunitensi, e in generale di tutto il mondo. Ci sarebbero tanti esempi, da Lil Wayne sino a Lil Uzi Vert, ma in questo caso la canzone scelta è di uno dei “pionieri” di quel sottogenere che sta diventando, con gli anni, l’ennesimo spartiacque tra il mondo rap e la scena pop e commerciale, vale a dire la drill.

Chief Keef esordisce con Finally Rich (2012), album che diventa subito culto nel mondo hip hop grazie a collaborazioni stellari (con 50 Cent, Rick Ross, Wiz Khalifa etc.) e sonorità fresche e catchy, che accompagnano hit come Love Sosa e I Don’t Like. Nella versione deluxe dell’album troviamo, al numero 14, Kobe.

Nella traccia, Chief Keef fa continui parallelismi sulla sua carriera e quella che fu del Black Mamba, dagli inizi da predestinato sino all’esplosione completa con il suo album d’esordio. Il rapper, nato e cresciuto a Chicago, si definisce “a young bull” (come i Chicago Bulls, d’altronde ndr.) che segue le orme di Kobe. “Ballin’ so hard” mentre vive la vita al limite, nei club, nel quartiere e anche dove tutti sono pronti a voltargli le spalle, o ad inseguire freschi talenti rampanti, come appunto accade spesso nelle sabbie mobili dell’industria musicale [“Industry full of lames, I play the game like I’m Kobe”].

Quella che è stata considerata per tanto tempo l’ennesimo sproloquio egoriferito dell’altrettanto ennesimo astro nascente della nuova scuola hip hop si è trasformato, dopo quel tragico 25 gennaio 2020, in un vero e proprio tributo alla leggenda gialloviola. Tra le canzoni più ascoltate durante la settimana 26/01 – 02/02, arrivando al 12 posto su Spotify U.S., e tra i testi più visionati e analizzati su Genius.com, con più di 13 mila visite solo due giorni dopo. Quasi otto anni dopo, “Kobe” è ritornata in auge.

Non sarà l’ultimo omaggio a Bryant da parte di Chief Keef; in “Bean”, contenuta nell’album Eternal Atake (2020) di Lil Uzi Vert, il rapper onorerà la memoria del suo giocatore preferito ed eroe. Ovviamente anche lì a modo suo.

Quavo – Dirk Nowitzki [feat. Young Dolph] (2015)

Chi avrebbe mai pensato di accostare la stella della pallacanestro tedesca e due terzi della triade più fresca di Atlanta in una bella sonorità trap? Penso nessuno in vita propria. Eppure, Dirk Nowitzki non è nuovo a citazioni da parte di rapper. Vero e proprio simbolo della Dallas Mavericks, è stato più volte citato da vari rapper come Gucci Mane, Chief Keef o The Game. Tuttavia, nessuno di questi aveva addirittura intitolato una canzone a suo nome, come invece è stato fatto dai Migos.

Siamo nel 2015: i Migos, orfani a tempo determinato di Offset per ragioni giudiziarie, pubblicano la quarta edizione di Street On Lock, mixtape con Rich The Kid che accompagnerà il trio sino ai primi successi planetari con Culture (2017). Nella traccia 12, con Quavo e il e Young Dolph, Dirk Nowitzki prende metaforicamente vita nel sound tipico dei Migos.
Il trio non è certo nuovo in questo: più volte si trovano riferimenti pop, citazioni o nomi importanti tra cestisti, giocatori di football e leggende sportive varie. Quavo soprattutto è stato più volte coivolto nei Celebrity Games dell’All Star Weekend, con eccellenti risultati tra le altre. E in questo caso, fra i vari Lebron James, Kevin Durant, Carmelo Anthony e quant’altro, la scelta è ricaduta su uno dei giocatori che meno incarna quelle vibes e quello swag che i tre di Atlanta ostentano e hanno scelto come ragione di vita.

La dura verità è che la presenza del numero 41 è solo un’apparizione di facciata, con due strofe che, in particolare, andrebbero analizzate meglio solo per capire il nesso tra i due protagonisti della storia:

It’s nothing but getting money n**gas with me / Nothing but getting money n**gas with me / Sipping on Texas, Dirk Nowitzki / Sipping on Texas, Dirk Nowitzki […] Keep it on me, quick to shoot a three / Like Dirk Nowitzki from the Dallas Mavericks (bop, bop. bop, bop)

Niente di eccezionale, né memorabile. Solo un interesse fermo e deciso dei Migos verso il Texas e, forse, la volontà di metterla dentro in fadeaway. Comprensibile, ma non certo la più significativa tra le cinque illustrate. Ma sicuramente la più casuale.

Sheck Wes – Mo Bamba (2017)

Nato come freestyle registrato casualmente in uno studio di registrazione newyorkese e pubblicato su Soundcloud, Mo Bamba è stato, a conti fatti, una delle canzoni a tema NBA più cliccate e scaricate nel 2018. Ma com’è nata? Perché un giovane rapper di origine africana ha dedicato una canzone ad un coetaneo non ancora draftato?

Partendo dal principio, è giusto evidenziare che il rapper e performer Sheck Wes e l’omonimo lungo degli Orlando Magic hanno condiviso tante cose insieme. In un intervista per sito Genius.com l’artista ha presentato così il suo rapporto con Bamba:

«Io e Mo ci conosciamo da piccoli, siamo cresciuti insieme e abbiamo giocato a pallacanestro insieme per tanto tempo. Ed essendo nati nello stesso quartiere, avendo frequentato gli stessi posti, rimanendo anche amici nel tempo»

Il make of della canzone è chiaro: Sheck non accetta in alcun modo la situazione intorno a lui, con il telefono che squilla in continuazione e dei falsi collaboratori pronti a voltare le spalle. Va da sé che nella traccia, contenuta anche nell’album MUDBOY (2018), sia un classico “me contro il mondo” di un giovane rapper che vorrebbe spaccare il mondo, ma fa tanta fatica.
E a questo punto la terza domanda emerge: che c’entra Mo Bamba? Ebbene per un periodo i due si sono trovati a spartire la frustrazione di non poter essere all’altezza delle aspettative, lasciati indietro dalle etichette discografiche e dalle franchigie importanti. In entrambi i casi la concorrenza è bestiale, le trappole sono dietro l’angolo e basta poco a concludere anzitempo una carriera.

Mo chiama Sheck per chiedergli di inserirlo in una sua canzone, e l’amico così fa. È solo una futura scelta al draft, eppure è protagonista di un one-take spaventoso, dove il rapper, appunto, si paragona ad un atleta, che gioca per diverse maglie, non ha l’onere di restare fedele e vive in bilico. Mo Bamba non è altro che il caso messo sulla 808.
Un anno e più dopo la prima pubblicazione, il cestista di origine ivoriana viene scelto alla sesta chiamata dai Magic mentre la canzone, ai più sconosciuta prima di allora, diventa una sleeper hit, ossia raggiunge le vette della classifica in forte ritardo, spopolando su web e radio. Il picco sarà raggiunto con l’ottavo posto della Billboard Chart nel dicembre 2018. Quel che era frustrazione è diventata fama, giacché Wes non solo firmerà con l’etichetta di Kanye West ma avrà anche una breve parentesi cestistica in Francia. Seguendo le orme del suo caro amico Mo.

Black Boy Fly – Kendrick Lamar (2012)

Nascere a Compton non vuol dire essere automaticamente un “figlio del ghetto”, ma ti lascia un segno distintivo, quasi un’etichetta che trascini dietro e ti rende speciale. Questa spesso non pesa, ma anzi sorregge le spalle forti di chi, da figlio del quartiere, aspira all’onnipotenza; ad essere all’apice della città. Non si scappa da casa propria; al massimo la si migliora.

Arron Afflalo non è mai fuggito dalla sua città. Nato a Los Angeles, cresciuto a Compton, ha fatto a spallate solo per giganteggiare e farcela, in una routine non semplice da seguire: etica del lavoro, umiltà, volontà e quel fuoco dentro che mantiene il tutto unito e compatto. Gli anni a UCLA, la scelta numero 27 al draft e un’onesta carriera tra Est e Ovest non sono chiaramente protagoniste in questa storia. Afflalo non è stato un golden boy qualsiasi: è stato una fonte di ispirazione nel vicinato e soprattutto al liceo, il Centennial High School di Compton, dove l’esterno ha giocato e studiato.

È il 2004: Afflalo è uno studente modello, tutti lo amano e sono sicuri che lui potrà essere l’unico a librarsi in volo; un figlio di Compton che può farcela. Il periodo è particolare, anche perché la sfida contro Oakland Bishop O’Dowd può valere il titolo di campione statale nella Division III. Arron non sente la pressione, segna 24 punti e trascina i suoi in un’ondata di calore che, al suono della sirena, si trasforma in gioia. Compton ci è riuscita, Compton è sul posto più in alto del podio.
Tra gli spettatori festanti, uno solo rimurgina. La gelosia lo logora; più che ammirazione è solo voglia di alzare l’asticella, saltare più in alto e dimostrare che anche altri possono, con volontà e determinazione, librarsi come lui. Kendrick Lamar è solo al secondo anno, ma non sta nella scia di Afflalo: sarà orgoglio, sarà invidia, lui non vuole essere come gli altri. Vuole essere l’altro.

Anni dopo entrambi riescono nel loro intento: Afflalo gira gli Stati Uniti con il basket, KDot fa i sold out in tutto il Nord America. L’incontro tra i due, che poco avevano avuto a che fare nella high school, arriva finalmente: siamo nel 2012 e Kendrick Lamar pubblica nel suo secondo album Good Kid, M.A.A.D. City (2012) una “bonus track” molto particolare, intitolata Black Boy Fly e dedicata a chi, da Compton ce l’ha fatta. E se la seconda strofa è dedicata al collega The Game, la prima è quantomeno emblematica:

I used to be jealous of Arron Afflalo / He was the one to follow / He was the only leader foreseeing brighter tomorrows / He would live in the gym / We was living in sorrow / Total envy of him / He made his dream become a reality / Actually making it possible to swim / His way out of Compton with further more to accomplish / Graduate with honors, a sponsor of basketball scholars.

[Ero geloso di Arron Afflalo / Era la persona da seguire / L’unico leader che aveva un futuro brillante avanti a se / Avrebbe vissuto in palestra / E stava vivendo nella tristezza / Ero totalmente invidioso di lui / Stava esaudendo il suo sogno / E aveva la possibilità di nuotare via / Via da Compton con tanto altro ancora da realizzare / Diplomato con onore, e uno sponsor tra i grandi della pallacanestro]

Afflalo non avrà vinto un anello, non è mai stato un All Star e sicuramente non vedrà il suo nome nel pantheon degli Hall of Famer. È stato però un fulgido esempio di brillantezza e caparbietà già da giovanissimo; un orgoglio per Compton e il suo quartiere. Farcela come Arron era l’obiettivo, lo step da superare. E anche Kendrick Lamar alla fine è riuscito spiccando il volo. Un volo che supera il Monte Lee e arriva sino alla Columbia University, dove il rapper ha ritirato nel marzo 2019 il premio Pulitzer riservato agli artisti che si sono distinti nell’ambito musicale, divenendo il primo in ambito hip-hop. Con lo stesso spirito di chi, la sera dei 24 punti, stava negli spalti e sognava di volare, grazie alle barre, sempre più in alto.

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