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Kyrie Irving e l’imbarazzante spiegazione del suo tweet anti-semita

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In NBA nelle ultime ore ha continuato a tenere banco il tweet con cui Kyrie Irving ha promosso un docu-film considerato da tutti anti-semita. Sia i Brooklyn Nets, nella persona del proprietario Joe Tsai, che la NBA hanno condannato il comportamento di Irving, non nuovo a cose del genere e a credere a varie forme di complotti: tutti ricordiamo bene quando sostenne che la Terra fosse piatta. Dopo la partita di questa notte, l’ennesima sconfitta dei Nets partiti 1-5 in questa stagione, Irving è stato ovviamente interrogato in conferenza stampa sul suo tweet, considerato una promozione di un prodotto anti-semita e complottista.

Vi racconto com’è andata quel giorno. Sono tornato a casa per prepararmi per la partita, ero su Amazon Prime. Faccio sempre così, guardo un documentario, un programma o uno show educativo che parli di storia o finanza, dello stato del mondo. Sono sempre pronto a elevare la mia coscienza, perché non ci sono riuscito a scuola. Tutto ciò che ho fatto a scuola è passare 7 ore a farmi indottrinare e farmi fare il lavaggio del cervello su una storia che non appartiene né a me né ai miei antenati. Quindi quel giorno ero su Google, ma non stavo cercando cose anti-semite. Ho semplicemente cercato il significato del mio nome, è un titolo dato da Cristo. Il mio nome in ebraico si traduce con “Yahweh”. Quindi sono andato su Amazon Prime per cercare se ci fossero dei documentari su Yahweh. Ho trovato quel documentario e l’ho condiviso sulle mie piattaforme.

Siamo nel 2022, la storia non dovrebbe essere tenuta nascosta, non sono una persona divisiva quando si parla di religione. Le abbraccio tutte, e potete vederlo dai miei canali social. Parlo a tutte le razze, a tutte le culture e a tutte le religioni. Non si tratta di capire cosa sia il semitismo e cosa sia l’anti-semitismo, si tratta di conoscere le radici del mondo, da dove vengono, e capire che sono un’eredità dell’Africa. C’è l’Africa in questo, che vogliamo ammetterlo oppure no. Non vivo pensando che esista un popolo scelto da dio. Sono cresciuto in un melting pot: bianchi, neri, rossi, gialli, ebrei, cristiani, musulmani, lo vedete da come vivo la mia vita ora. Non sono qui per essere divisivo, gli altri possono portare avanti la propria agenda, io non mi identifico in un gruppo o un una razza. Ma sono nella posizione unica di avere influenza sulla mia comunità, quello che posto non vuol dire che supporto qualcosa o tutto ciò che viene detto, o che sto promuovendo qualcosa. Tutto ciò che faccio è postare per le persone della mia comunità sulle quali ho un impatto.

Ma Kyrie non si è fermato qui:

Ho fatto qualcosa di illegale? Ho fatto del male a qualcuno? Ho detto che odio uno specifico gruppo di persone? La gente mi giudica per una cosa che ho postato, senza nemmeno parlare con me. Rispetto ciò che Joe [Tsai, ndr] ha detto, ma questo ha a che fare con il fatto che sia fiero di avere radici africane e di vivere da uomo libero qui in America, sapendo le complessità storiche che mi hanno fatto arrivare qui. Non farò un passo indietro su cose in cui credo. Mi rafforzerò perché non sono da solo, ho un intero esercito intorno a me.

A quel punto un giornalista presente ha chiesto ad Irving perché invece, pochi giorni fa, avesse condiviso un video di Alex Jones. Jones è un noto complottista americano, ad esempio ha sostenuto che una sparatoria del 2012, in cui morirono 26 persone di cui 20 bambini, non sia mai avvenuta. Le famiglie delle vittime gli hanno fatto causa e lui dovrà risarcirle con 956 milioni di dollari. “Kyrie, mentre siamo sull’argomento della promozione… Perché invece hai deciso di promuovere qualcosa che ha detto Alex Jones?” ha chiesto il giornalista.

È stato diverse settimane fa. Non sostengo le posizioni di Alex Jones o la sua narrativa, quello che ha detto su Sandy Hook [il luogo della sparatoria, ndr] o il trauma che i genitori di quei bambini hanno dovuto rivivere. Il mio post era su ciò che Alex Jones fece negli anni Novanta e quello che disse sulle società segrete negli USA e i vari culti. E sono cose vere, non stavo facendo promozione ad Alex Jones. È divertente, di tutte le cose che ho postato quel giorno, tutti vedono solo quella. Ma il mondo è così e funziona in questo modo, non sono qui a lamentarmi. Le cose vanno così.

Ne è seguito un botta e risposta tra Irving e il giornalista, che potete leggere nella trascrizione di Laura Albanese, in cui il giocatore ha paragonato i suoi tweet al lavoro del giornalista. “Anche tu pubblichi cose sulle tue piattaforme per lavoro, no?”, frase a cui il giornalista ha risposto: “Sì, ma le cose che pubblico non sono piene di tesi anti-semite”.

Poi la chiosa di Kyrie Irving:

È il 2022. È su una piattaforma pubblica di Amazon. Se lo vuoi guardare oppure no è una tua decisione. Ci sono cose che vengono postate ogni giorno, non sono diverso da un altro essere umano quindi non trattatemi diversamente. Voi giornalisti venite qui e vi inventate questa potente influenza che avrei e mi dite che non posso postare determinate cose. Perché no? Perché no? Tutti postano di tutto. Avete visto che la parola “nigger” è esplosa su Twitter, no? Non ho sentito così tanto clamore. Non sto paragonando gli ebrei ai neri, o i bianchi ai neri. Non lo sto facendo. Quella conversazione si risolve costantemente con la retorica di essere il popolo scelto da dio. Non sono qui per discutere della cultura, di una persona o di una religione in cui credono. È un documentario su una piattaforma pubblica, ho fatto qualcosa di illegale?

Irving qui si riferisce al crescente utilizzo della N-word su Twitter da quando Elon Musk è diventato il nuovo proprietario della piattaforma e ha promesso “maggiore libertà di espressione”. Qualcosa di cui anche LeBron James nelle scorse ore si è detto preoccupato.

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