Nicolò Melli e l’Olimpia Milano si sono innamorati nell’ormai lontano 2010, una vita fa. Si sono persi strada facendo e si sono ritrovati uniti più che mai, fino all’annuncio di ieri, che stavolta ha sancito definitivamente la fine di un grande amore. Perché questo è stato Melli per Milano, perché probabilmente da quando il glorioso ciclo degli anni ’80 di Meneghin, Premier, McAdoo and co. è terminato, nessun giocatore a Milano a partire dal 1990 in poi ha rappresentato l’Olimpia Milano come l’ha rappresentata Nicolò Melli.
Nicolò Melli, da giovane speranza a Bandiera dell’Olimpia Milano
Ci sono stati Nando Gentile, Dejan Bodiroga e Flavio Portaluppi nei primi anni ’90 a simboleggiare le Scarpette Rosse e portare lo scudetto del 1996 e poi c’è stato un buco generazionale, una Milano vicina all’A2, al fallimento e al salvataggio grazie a Giorgio Armani, che ancor oggi è il faro della società. Una Milano che si identificava nel grande cuore di Mason Rocca, centro bonsai che
dava il 110% ogni volta, ma che a livello di successi può aver portato semplicemente un 2/2 ai liberi al Pionir contro il Partizan per qualificarsi alle TOP16 dell’Eurolega vecchio formato. E poi c’è la Milano degli anni dal 2010 in poi, quando un giovane 19enne di Reggio Emilia di belle speranze, figlio di una olimpionica statunitense di volley, varca finalmente i cancelli del vecchio Lido. Quel
giovane è Nicolò Melli, con un esordio in A2 tra una verifica di storia e una di geografia ancora minorenne. Ecco, lì Nik forse non lo sapeva ancora, ma da quel momento lui sarebbe diventato il simbolo dell’Olimpia Milano dell’era Armani.
La prima vita in biancorosso di Melli prevede anche una fase di svezzamento, il prestito a Pesaro servì a quello, per crescere ed essere già a poco più di 20 anni una colonna di Milano. Gli anni della rivalità con Siena gli permettono di crescere tantissimo sotto l’aspetto tecnico, si impone già come uno dei migliori difensori del campionato, e in Eurolega inizia a farsi valere.
Il 2014 e la consacrazione europea
Il 2014 è l’anno della svolta. Lui e Gentile sono l’anima giovane e italiana che trascina Milano sia in Europa che in Italia. C’è la macchia dei quarti col Maccabi, con quel famoso fallo antisportivo in gara1 che ribaltò completamente l’inerzia della serie. Ma Nik non si scompone. Sa che l’obiettivo è riportare lo scudetto dopo 18 anni a Milano. E in una finale vietata ai cuori deboli con Siena, ottiene finalmente l’agognato successo. È negli occhi di tutti il suo urlo a rimbalzo prima di lanciare Gentile a inchiodare la schiacciata del successo. Quello è il simbolo di un vero amore sbocciato, di un giocatore che incarna realmente lo “sputare sangue” che tanto si addice a Milano.
L’anno successivo Milano fatica di più, nonostante la scomparsa di Siena, ma il rendimento di Melli rimane sempre elevato. Nella semifinale con Sassari però succede qualcosa che rompe il giocattolo. Milano cede in gara7 ai supplementari e un fallo del lungo a centrocampo (che ancora oggi lascia molti dubbi) apre la strada a Sassari per la vittoria. È una delusione cocente, ci sono lacrime da parte di tutti per non poter bissare lo scudetto, e dentro Nik qualcosa si rompe, si spezza. Quella che ormai da 5 anni era casa, forse inizia a stargli un po’ stretta, sente l’esigenza di cambiare aria. Rifiuta il rinnovo, e firma al Bamberg, cercando fortuna in Europa con Andrea Trinchieri.
Qui la carriera di Nik decolla. Se già era diventato un top europeo tra Bamberg prima e Fenerbahce poi, Melli diventa uno dei giocatori europei più forti al mondo, tanto da raggiungere con i turchi 2 Final Four consecutive, mettendo anche a referto 28 punti in finale, pur perdendola. La dimensione di Melli ormai è totale. Forse è il difensore più forte che l’Eurolega può mettere in mostra, seppur in attacco sia poco realizzatore, oltre a essere un leader come pochi.
La fugace avventura in NBA e il ritorno a Milano
Così, nell’estate del 2019 si aprono le porte del sogno americano, l’NBA chiama Nik e Nik risponde. Un’esperienza gratificante e importante tra Pelicans e Mavs, il sogno di ogni bambino che in cameretta ha un canestrino appeso alla porta. Però dopo 2 anni Melli capisce che forse l’NBA, come per tantissimi altri europei dominanti in Eurolega, non è il suo mondo adatto. Casa sua è l’Europa. La casa, dopo essersi lasciati nel 2015, è ancora quella del primo grande amore, è Milano.
L’Olimpia è reduce dalla F4 del 2021 nell’anno del Covid-19, nelle ultime stagioni ha messo sotto contratto gente come Chacho Rodriguez, Gigi Datome e Kyle Hines, a cui aggiunge così il gran ritorno di Nicolò Melli. È un nuovo corso, è il ritorno del figliol prodigo alla casa madre, è Ettore Messina che vuole tanti senatori per tornare a vincere lo scudetto ed essere protagonisti in
Europa.
A Nik vengono subito dati i gradi di capitano insieme al Chacho, e tutto pare essere rimasto al 2015, con l’amore incondizionato di una città esigente verso quel ragazzo che dà sempre tutto in campo. In questi 3 anni ci sono stati i quarti di finale con l’Efes in cui si infortunò in gara1, ci sono stati 3 scudetti consecutivi contro la Virtus Bologna da assoluto protagonista, ma anche 2 Euroleghe di livello basso e piene di sconfitte e delusioni. Eppure Milano e Melli parevano essere una cosa sola, destinata a durare non in eterno ma quasi, finché quel bambino ricciolone 19enne magari voleva tornare a Reggio Emilia da vecchietto per l’ultima stagione della carriera.
La fine di un amore sconfinato
E invece a 33 anni Milano e Melli si separano per la seconda volta e stavolta definitivamente. La convivenza con Messina sicuramente non è stata facile, lo stesso Melli lo ha fatto ampiamente intendere al media-day post Scudetto di settimana scorsa, e il mancato rinnovo sta ad indicare che qualcosa è venuto meno. Questioni economiche? Questioni di spogliatoio? Motivazioni diverse? Non ci è dato saperlo pienamente, perché quelle son cose che restano ancorate nelle mura degli uffici del Forum di Assago. Possiamo fare ipotesi e congetture, ma tali restano.
L’unica certezza è che l’Olimpia Milano ha perso il suo più grande simbolo dal 1990 in poi, il giocatore che più di tutti ha caratterizzato questa società, quel ragazzone con i riccioli biondi arrivato 19enne, andato via una prima volta, e tornato uomo, papà e leader incontrastato. Mancheranno le famose urla di Melli dopo un rimbalzo, una stoppata, o una difesa perfetta come solo lui sapeva fare. Mancheranno perché forse a Milano non erano pronti a un secondo addio di Nik.
Tornerà da avversario, verrà celebrato come pochi altri hanno avuto l’onore di essere celebrati in una piazza esigente e complicata come Milano. Resterà nei cuori di tutti i tifosi Olimpia e avrà sempre un seggiolino riservato al Forum da qui in avanti. Eppure…eppure sarebbe potuta proseguire questa storia e finire diversamente, ma le storie d’amore si sa, vanno portate avanti in due. E così non è stato.
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